Deep Brain Reorienting: l'arteterapia relazionale che riorienta il trauma
Il Deep Brain Reorienting (DBR) di Frank Corrigan interviene sulle strutture sotto-corticali del cervello, dove l’esperienza traumatica prende forma prima di ogni pensiero. Nel contesto dell’arteterapia relazionale il metodo facilita la ricostruzione dei modelli di attaccamento e la risoluzione delle memorie traumatiche precoci, seguendo in sei passaggi la sequenza fisiologica originaria del tronco encefalico.
Nel contesto dell’arteterapia, il contenimento del gruppo può rafforzare e consolidare la relazione scenica durante il processo di creazione artistica attraverso toccanti momenti di incontro che facilitano lo sviluppo di un attaccamento sicuro. Ne consegue che la conoscenza relazionale implicita di ogni componente del gruppo possa essere trasformata da momenti di sincronia neuronale interpersonale, in cui l’attenzione collaborativa può favorire nuove narrazioni incarnate. Mentre si fa arte, il supporto benefico e non intrusivo fornito da un regista sintonizzato può potenzialmente migliorare nuove esperienze di condivisione. Tali esperienze consentono cambiamenti nel dominio relazionale implicito e potenzialmente ricostruiscono i modelli di attaccamento attraverso un’intersoggettività primaria condivisa, analoga a quanto avviene nei processi sensomotori precoci di interazione tra neonato e caregiver. Il senso di sé e il senso degli altri sono, infatti, strettamente legati alla capacità del cervello di integrare e separare efficacemente molteplici reti, influenzabili da stimoli esterni, come le esperienze artistiche.
Un’esposizione precoce e continua a esperienze infantili avverse (Adverse Childhood Experiences o ACE) aumenta il rischio di sviluppare complesse condizioni post-traumatiche refrattarie. Gli effetti neurobiologici dell’abuso e della negligenza sul cervello in via di sviluppo possono provocare un persistente senso di paura, risposte allo stress accentuate e difficoltà nel mantenere la calma, che si traducono sia in una modificazione delle reti funzionali del sistema Psico-Neuro-Endocrino-Immunitario (PNEI), sia in difficoltà nell’autoregolazione, nell’agency e nelle relazioni interpersonali.
Psicoterapie trasformative per il trauma
Esistono psicoterapie per il trauma ampiamente studiate che offrono la speranza di una guarigione completa, in quanto non dipendono da una gestione dei sintomi di tipo top-down. Questi approcci trasformativi si basano sulla capacità intrinseca del cervello umano di guarire dai traumi emotivi quando il ricordo dell’evento scatenante viene affrontato in modo specifico.
Tuttavia, può risultare difficile arrivare al nucleo di un’esperienza avversa per liberare questo flusso di guarigione. A volte la difficoltà nasce dal fatto che tornare all’evento è emotivamente travolgente e subentra una tendenza protettiva a distogliere l’attenzione dal ricordo il prima possibile. In altri casi si verifica una dissociazione più evidente dall’esperienza presente, manifestandosi attraverso intorpidimento, vuoti mentali, chiusura emotiva o il passaggio a uno stato del sé simile a quello vissuto al momento del trauma originale. Talvolta è presente uno shock, insorto prima che le emozioni diventassero intense, che si riattiva così rapidamente da sfuggire facilmente all’attenzione durante l’approccio. Più comunemente, accade che l’esperienza originale, profondamente perturbante, sia stata ricoperta da strati di pensieri, sentimenti e dolorose ri-esperienze; la situazione può inoltre essersi complicata a causa di problemi relazionali, a loro volta scatenati dal perdurare del disagio.
Il Deep Brain Reorienting: fondamenti neurofisiologici
Il Deep Brain Reorienting (DBR), sviluppato da Frank Corrigan, mira ad accedere al nucleo dell’esperienza traumatica seguendo la sequenza fisiologica originale nel tronco encefalico, la parte del cervello che si attiva rapidamente in situazioni di pericolo o di rottura dell’attaccamento. Minaccia e ferite legate all’attaccamento possono coesistere quando, ad esempio, un’esperienza di abbandono nell’infanzia attiva paure per la sopravvivenza adeguate all’età. A differenza di altre terapie focalizzate sul corpo che agiscono su tracce mnemoniche già consolidate, il DBR interviene a livello sotto-corticale e preverbale, nello specifico nel mesencefalo, dove l’esperienza traumatica prende forma prima ancora di essere elaborata dai livelli superiori della corteccia.
Molti autori hanno trattato l’importanza dell’orientamento in presenza di traumi. Il DBR si concentra sulla principale struttura cerebrale deputata all’orientamento: il collicolo superiore del mesencefalo. Ogni volta che l’attenzione viene catturata da uno stimolo significativo, gli strati profondi dei collicoli superiori attivano i muscoli del collo in preparazione a un movimento del capo, anche se tale movimento non avviene effettivamente. Negli esseri umani, questa tensione di orientamento può manifestarsi anche nei muscoli perioculari o della fronte. Chiedere alla persona di concentrarsi sulla Tensione di Orientamento associata a un evento traumatico o fortemente scatenante fornisce un ancoraggio che impedisce di sentirsi sopraffatti o di perdersi nella dissociazione. La Tensione di Orientamento mantiene inoltre aperto il file informativo della memoria, consentendone l’elaborazione: le emozioni e i ricordi che emergono risultano così collegati dalla sequenza sottostante individuata. Poiché una singola sequenza può essere alla base di eventi o esperienze diverse, questo ancoraggio permette l’elaborazione della sequenza stessa, anziché affrontare i singoli traumi uno alla volta, e consente un notevole risparmio di tempo ed energie.
Innanzitutto, si aiuta la persona a radicarsi nella consapevolezza del luogo e del momento presenti. Successivamente, essa accede alla consapevolezza iniziale dell’esperienza traumatica e alla tensione di orientamento ad essa associata. Ciò permette di isolare la risposta corporea immediata dalle successive reazioni emotive e difensive. Sebbene spesso fugace e impercettibile, questa Tensione di Orientamento costituisce un elemento fondamentale del DBR. Concentrarsi sulla tensione della parte superiore del viso e del collo offre un punto di ancoraggio nella fase della sequenza mnestica precedente allo shock o al sopraffacimento emotivo. Approfondire la consapevolezza della Tensione di Orientamento fornisce un ancoraggio al presente, evitando che la mente venga travolta dalle emozioni ad alta intensità che possono emergere durante l’elaborazione del ricordo traumatico.
Quando lo stimolo che ha catturato l’attenzione è scioccante o terrificante, si verifica un’attivazione immediata del locus coeruleus, un’altra struttura del tronco encefalico in stretta comunicazione bidirezionale con il collicolo superiore. Nel DBR, questa risposta di shock è definita pre-affettiva, poiché precede le reazioni affettive e difensive. L’identificazione dello shock pre-affettivo durante una seduta di DBR ne consente spesso una rapida elaborazione, facilitando la successiva risoluzione del disagio legato all’evento traumatico.
Dopo lo shock (se presente), viene coinvolta la sostanza grigia periacqueduttale (PAG), una struttura colonnare del mesencefalo. La PAG è l’area cerebrale cruciale per le risposte difensive, quali la fuga, la lotta e il congelamento (freeze), e per le risposte affettive al trauma, come paura, rabbia, dolore e vergogna.
Il percorso neurofisiologico del DBR
Nel DBR, l’obiettivo è favorire un’elaborazione della memoria che segua il percorso logico dell’attivazione traumatica: dai collicoli superiori verso la PAG. Il modello si basa sul tracciamento della sequenza fisiologica originaria, composta dalla sequenza di orientamento e dalla risposta alla minaccia o alla rottura relazionale. Il lavoro psicoterapico non diventa soverchiante, né porta alla dissociazione, quando è presente una solida ancora nella Tensione di Orientamento. Il sistema nervoso può così disattivare lo stato di allerta cronico presente nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD), nei traumi complessi, nelle ferite d’attaccamento precoce e nella trascuratezza emotiva infantile, nei disturbi dissociativi e negli stati di frammentazione del sé difficilmente accessibili con la sola psicoterapia verbale. È particolarmente interessante l’efficacia del DBR, anche e soprattutto, nei casi che coinvolgono traumi precoci di attaccamento, come quelli alla base dei disturbi dissociativi. Il riallineamento a livello del mesencefalo da parte del DBR determina cambiamenti nel modo in cui le persone percepiscono se stesse, gli altri e il mondo, favorisce un’integrazione spontanea, consentendo al paziente di sviluppare nuove prospettive di benessere e una maggiore stabilità emotiva, promuovendo una maggiore autocompassione e riducendo le distorsioni cognitive, i sintomi e le reazioni legati al trauma.
Il protocollo DBR: sei passaggi per la guarigione
L’obiettivo del DBR non è analizzare l’evento con la mente logica, ma rintracciare il micro-movimento originario con cui il cervello profondo ha risposto alla minaccia prima che la persona potesse rendersene conto. Durante le sedute, il terapeuta accompagna la persona attraverso passaggi mirati seguendo una sequenza neurofisiologica precisa:
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Individuazione del trigger e accesso alle strutture sotto-corticali: il terapeuta guida l’altro a richiamare una traccia minima dell’evento critico o della ferita relazionale, bastano pochi secondi o un’immagine di attivazione. L’attenzione viene subito spostata dai pensieri alle primissime sensazioni fisiche localizzate nel corpo, in particolare nell’asse testa-collo-spalle, dove si attivano i riflessi primordiali di orientamento.
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Tracciamento della micro-sequenza corporea: il DBR rallenta drasticamente il tempo dell’esperienza. L’altro impara a notare i primissimi micro-movimenti o tensioni muscolari involontarie, come una leggera retrazione del collo, un irrigidimento della nuca o un sussulto, che isolano l’esatto millisecondo in cui il sistema nervoso ha percepito il pericolo o l’interruzione del legame di attaccamento.
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Contatto con il mesencefalo (PAG): mentre l’attenzione resta ancorata a queste sensazioni somatiche profonde, il focus si sposta sui centri di controllo del tronco encefalico, in particolare sulla PAG, il punto in cui si attivano i programmi innati di difesa, come lotta, fuga, congelamento, o la ricerca di vicinanza affettiva. Rimanere in ascolto di quest’area permette di intercettare l’impulso biologico che in quel momento è rimasto intrappolato.
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Affioramento delle risposte emotive originarie: lasciando fluire l’ascolto a livello mesencefalico, emergono le emozioni di base associate all’evento, come terrore, rabbia profonda, senso di abbandono o disperazione. L’emozione viene vissuta direttamente alla sua radice somatica, senza la mediazione o la censura dei pensieri giudicanti della corteccia cerebrale.
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Completamento e risoluzione naturale: il sistema nervoso, trovandosi in uno spazio sicuro e guidato, riconosce che il pericolo è passato. L’energia somatica bloccata si muove e si esaurisce spontaneamente, completando la risposta d’orientamento rimasta interrotta.
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Riconsolidamento del ricordo: una volta che l’attivazione fisica nel tronco encefalico si è azzerata, il ricordo dell’evento viene richiamato alla mente. La persona sperimenta una profonda disconnessione emotiva dal trauma e l’episodio storico viene ricordato chiaramente, ma senza più il carico di shock, attivazione o sofferenza fisica associata.
Ma ci sono altri dettagli importanti del DBR che esamineremo la prossima volta.
Domande?
Il Deep Brain Reorienting (DBR) è un approccio terapeutico sviluppato da Frank Corrigan che interviene direttamente sulle strutture sotto-corticali del cervello, in particolare sul mesencefalo, per riorientare le memorie traumatiche. A differenza delle terapie tradizionali, che spesso si concentrano sulla gestione dei sintomi attraverso un approccio top-down, il DBR lavora a livello bottom-up, seguendo la sequenza neurofisiologica originaria dell’esperienza traumatica. Questo permette di accedere e risolvere il nucleo del trauma senza sovraccaricare emotivamente il paziente, facilitando una guarigione più profonda e duratura.
Il DBR si è dimostrato particolarmente efficace nei casi di traumi precoci di attaccamento, come quelli alla base dei disturbi dissociativi. Intervenendo a livello del mesencefalo, il metodo consente di riallineare le risposte neurofisiologiche legate all’attaccamento, favorendo una maggiore integrazione del sé e una riduzione dei sintomi associati al trauma. I pazienti sperimentano spesso una maggiore stabilità emotiva, autocompassione e una percezione rinnovata di sé e degli altri.
Una seduta di DBR segue una sequenza neurofisiologica precisa, suddivisa in sei passaggi. Il terapeuta guida il paziente a individuare il trigger traumatico e a concentrarsi sulle primissime sensazioni fisiche, come la tensione nei muscoli del collo o del viso. Successivamente, si traccia la micro-sequenza corporea che ha preceduto lo shock, si entra in contatto con le strutture del tronco encefalico, come la PAG, e si lasciano emergere le emozioni originarie. Il processo si conclude con il completamento naturale della risposta d’orientamento e il riconsolidamento del ricordo, ora privo del carico emotivo associato.
Sì, il DBR può essere efficacemente integrato con l’arteterapia relazionale. L’arteterapia offre un contesto sicuro e creativo in cui esplorare le dinamiche di attaccamento e le memorie traumatiche, mentre il DBR fornisce gli strumenti neurofisiologici per riorientare e risolvere tali memorie. Insieme, i due approcci possono potenziare la capacità del paziente di sviluppare un attaccamento sicuro e di ricostruire una narrazione incarnata del sé.
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Il contributo che anticipa questo: lo spazio scenico come campo relazionale sicuro, prima che il DBR entri in scena.

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