Dall'autismo originario al core self: l'evoluzione dell'Infant Research
Prima dell'osservazione diretta dei neonati, la psicologia infantile si basava su inferenze retrospettive, come quelle di Freud e Mahler. Daniel Stern ha rivoluzionato il campo dimostrando che il bambino non è autistico o fuso con la madre, ma costruisce progressivamente un sé fin dai primi mesi. Un viaggio tra psicoanalisi, comportamentismo e neuroetologia.
Prima dell’osservazione diretta dei bambini piccoli, le informazioni sulla mente del neonato si ricavavano dall’analisi dei pazienti adulti o dei bambini più grandi. Si utilizzava dunque un metodo inferenziale: si ipotizzavano le fasi infantili partendo dai sintomi e dai ricordi emersi durante la terapia. La dittatura psicoanalitica faceva vedere lo sviluppo come una rigida successione di tappe prefissate: ad esempio, fase orale, anale, edipica.
Una di queste inferenze scorrette era quella di Margaret Mahler, che credeva all’autismo originario: pensava che il neonato viva in uno stato iniziale di indifferenziazione e fusione con la madre.
I pionieri dell’osservazione diretta
I primi pionieri dell’osservazione diretta degli infanti, cioè dei bambini che non parlano ancora, furono René Spitz, Anna Freud, John Bowlby e Donald Winnicott, che iniziarono a osservare i bambini reali o gli effetti della deprivazione materna, pur muovendosi ancora dentro cornici teoriche tradizionali. Un’innovazione fu anche quella di Esther Bick, che, pur essendo legata soprattutto alla formazione clinica più che alla ricerca empirica sistematica, iniziò l’osservazione diretta del neonato a casa.
Il vero spartiacque fu la pubblicazione nel 1985 di Il mondo interpersonale del bambino di Daniel Stern, che dimostrò che il neonato non vive in uno stato di autismo normale o fusionalità originaria, ma sperimenta una costruzione progressiva del sé attraverso stadi ben definiti. Egli introdusse il concetto di core self o nucleo del sé, spostando il focus dai tratti di personalità adulti alle tappe della costruzione precoce dell’identità.
La visione psicologico-fenomenologica di Stern, secondo la quale il bambino sperimenta di essere un sé nei primi mesi, è stata una tappa verso una visione psico-biologica evolutiva, come quella di Allan Schore e di Antonio Damasio, secondo i quali le interazioni plasmano i circuiti affettivi somatici. Una tappa successiva è stata la neuroetologia di Jaak Panksepp, secondo il quale il nucleo del sé è un’architettura emotiva subcorticale e ancestrale, comune ai mammiferi, sulla quale la corteccia e la cultura costruiscono in seguito la personalità adulta. Ma anche questa è stata una tappa, poiché c’è stato il tentativo di sintesi della neuroetologia con la psicoanalisi freudiana, operata da Mark Solms, e junghiana, operata da Antonio Alcaro e Stefano Carta. Sui contributi di questi e di altri autori sto facendo delle mie riflessioni introducendo le cornici di flusso, di polarità degli opposti e di non-concepito.
Ma procediamo con ordine e partiamo da Sigmund Freud.
Il caso del Piccolo Hans e i limiti dell’inferenza freudiana
Freud pubblicò nel 1909 il caso del Piccolo Hans, che si chiamava nella realtà Herbert Graf, in un articolo dal titolo Analisi della fobia di un bambino di cinque anni. Questo rappresenta una pietra miliare e, al tempo stesso, un’eccezionale anomalia nella storia della psicologia del Novecento.
Freud non prese in carico direttamente il bambino, se non in un’unica occasione: l’intera terapia fu condotta per interposta persona, ovvero attraverso i diari, i resoconti dettagliati e le conversazioni che il padre di Hans - Max Graf, musicologo e seguace di Freud - teneva con il figlio e poi riferiva a Freud. Questo metodo di indagine indiretta ha spesso esposto la psicoanalisi alle critiche di dogmatismo e scarsa scientificità empirica. Per Freud, Hans non era tanto un bambino da curare quanto la prova vivente della correttezza delle sue formulazioni teoriche espresse nei Tre saggi sulla teoria sessuale del 1905, in cui scriveva del complesso edipico e dell’angoscia di castrazione. La vista della caduta di un cavallo, che Hans temeva potesse morderlo o cadere, avrebbe attivato lo spostamento di tale fobia verso l’aggressività e la paura nei confronti del padre.
Nonostante i limiti metodologici e la natura indiretta dell’osservazione, l’impatto del caso sulla cultura e sulla psicologia del secolo scorso fu dirompente: iniziò la psicoanalisi infantile e aprì la strada alla comprensione clinica del mondo psichico dei bambini e alla dimostrazione che i conflitti nevrotici non nascono nell’età adulta ma affondano le radici nell’infanzia.
Il metodo dell’inferenza in Freud era abitudinario: egli fece incursioni in varie figure del passato, come in Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci del 1910. Si sentiva autorizzato a tale metodo nella presunzione che il metodo psicoanalitico potesse prescindere dalla compresenza fisica nello spazio e nel tempo: la mente umana segue leggi simboliche universali - inconscio, rimozione, spostamento - applicabili sia ai vivi presenti nello studio, sia a personaggi storici o ai resoconti di terzi.
Nel corso del Novecento, l’approccio del Piccolo Hans è stato ferocemente criticato dagli psicologi a orientamento comportamentista ed empirista proprio per la mancanza di osservazione controllata. Tuttavia, paradossalmente, spinse i movimenti successivi della psicoanalisi infantile - da Anna Freud a Melanie Klein - a fondare la disciplina su un pilastro opposto e rigoroso: l’osservazione diretta e prolungata del bambino nel setting clinico o naturale, correggendo la debolezza metodologica del modello freudiano originario.
Il comportamentismo radicale e i suoi limiti etici
L’altra faccia della medaglia della psicologia del Novecento è rappresentata dal comportamentismo radicale, che ha cercato di studiare i bambini con i metodi rigorosi del laboratorio scientifico. Ma questi metodi erano talvolta eticamente inaccettabili, tanto che la comunità scientifica si interrogò sui confini tra rigore metodologico ed etica nella ricerca sui minori e sui cuccioli.
Ecco i due episodi più celebri e discussi.
John B. Watson, fondatore del comportamentismo, nel 1920 condusse un esperimento col Piccolo Albert, con cui voleva dimostrare che le emozioni umane - in particolare la paura - non sono innate o legate a complessi inconsci, ma sono il risultato di un condizionamento classico. Prese un bambino di circa 9 mesi, noto come Albert, e gli mostrò un ratto bianco, un animale con cui inizialmente il piccolo giocava serenamente senza alcuna paura. Successivamente, ogni volta che Albert toccava o si avvicinava al ratto, Watson produceva alle sue spalle un forte rumore metallico percuotendo una barra d’acciaio con un martello. Bastarono pochissime esposizioni perché il piccolo Albert sviluppasse una fobia generalizzata: non solo piangeva ed evitava il ratto, ma generalizzava la paura a qualsiasi oggetto peloso o bianco, come conigli, cani, maschere di Babbo Natale con la barba bianca. L’esperimento dimostrò la potenza del condizionamento ambientale, ma sollevò enormi problemi etici. Albert non fu mai desensibilizzato dalla paura prima di essere dimesso dall’ospedale per volere della madre e la fobia rimase.
Oggi questo studio è considerato il manifesto di ciò che non si deve fare nella ricerca sui minori.
Un secondo esperimento effettuato con le scimmie rhesus da Harry Harlow a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 sferrò il colpo di grazia alla visione comportamentista pura, secondo cui il legame del bambino con la madre è guidato unicamente dal soddisfacimento dei bisogni primari, come il cibo. Di questo esperimento i vari testi di psicologia ne parlano diffusamente, ma ne dimenticano l’aspetto etico. Il comportamentismo ortodosso sosteneva che i cuccioli amassero le madri solo perché queste fornivano il latte (rinforzo primario); Harlow separò dei piccoli di macaco rhesus dalle madri alla nascita e li mise in gabbie con due madri sostitutive inanimate: una madre di filo di ferro dotata di un biberon con il latte e una madre di panno morbido priva di latte. I piccoli passavano la stragrande maggioranza del tempo aggrappati alla madre di panno morbido, recandosi da quella di ferro solo il tempo strettamente necessario per nutrirsi. In presenza di situazioni di paura, cercavano rifugio e conforto termico ed emotivo sul panno. Harlow coniò il concetto di comfort del contatto (contact comfort), dimostrando scientificamente che il bisogno di calore affettivo e di vicinanza è primario rispetto alla nutrizione.
Questo studio, però, offrì un assist formale alla Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby.
L’evoluzione della psicoanalisi infantile dopo Freud
Dopo il caso del Piccolo Hans, la psicoanalisi infantile ha affrontato una profonda evoluzione metodologica e teorica.
Anna Freud ha introdotto il metodo pedagogico-educativo: durante la Seconda guerra mondiale, all’interno della Hampstead War Nurseries a Londra, ha fondato il suo lavoro sull’osservazione diretta nei contesti educativi. Poiché i bambini non possiedono la capacità di associare liberamente come gli adulti, Anna Freud introdusse il gioco e il disegno come vie d’accesso all’inconscio, affiancandoli a una fase preliminare di preparazione per rendere il bambino consapevole del disagio e creare un’alleanza terapeutica. Sottolineò l’importanza di valutare la progressione del bambino lungo una scala evolutiva (dalla dipendenza all’autonomia), considerando il sintomo non solo come un conflitto interno isolato, ma come una deviazione dallo sviluppo normale.
Melanie Klein, entrando in aperta polemica con Anna Freud, sviluppò, sempre a Londra, un approccio radicalmente diverso e focalizzato sui primissimi anni di vita. Ella intuì che nel bambino il gioco non è un semplice passatempo o uno strumento educativo, ma l’equivalente diretto delle libere associazioni. Interpretava le fantasie inconsce, l’angoscia e i meccanismi di difesa direttamente attraverso il modo in cui il bambino manipolava i giocattoli nella seduta. Anticipando l’Infant Research, spostò l’attenzione sui primissimi mesi di vita: individuò due fasi – la schizo-paranoide e depressiva –, attraverso cui anche il bambino normale deve passare per poter accettare, al di là delle sue aspettative, la realtà com’è. Teorizzò un mondo interno infantile popolato da oggetti parziali - il seno buono, che nutre, e il seno cattivo, che affama -, che vengono ricomposti nella fase depressiva. Il bambino è dunque animato da un’intensa vita fantastica e aggressiva molto prima di quanto Freud avesse ipotizzato.
Donald Winnicott spostò l’asse dal bambino isolato alla diade madre-bambino, introducendo concetti rivoluzionari come la madre sufficientemente buona, l’oggetto transizionale (la coperta o il peluche) e l’area di gioco come spazio potenziale di crescita.
John Bowlby, pur partendo dalla psicoanalisi, se ne distaccò in parte fondando la Teoria dell’Attaccamento. Attingendo all’etologia, Bowlby pretese un’osservazione scientifica rigorosa ed empirica del legame madre-bambino, criticando la teoria pulsionale freudiana classica e ponendo le basi per quel superamento del clinico da studio che avrebbe poi portato all’Infant Research.
René Spitz e gli organizzatori della psiche
René Spitz rappresenta uno dei ponti fondamentali tra la psicoanalisi classica (basata sulla ricostruzione retrospettiva dagli adulti) e l’osservazione scientifica diretta del bambino.
Medico e psicoanalista di formazione viennese, influenzato anche da Freud e Sándor Ferenczi, Spitz uscì dallo studio clinico per entrare negli ospedali e negli istituti a osservare dal vivo i neonati e i bambini nei loro primi anni di vita.
Tra gli anni ‘40 e ‘50, Spitz condusse ricerche pionieristiche filmando e osservando sistematicamente e longitudinalmente bambini allevati in contesti diversi: paragonò così i bambini cresciuti dalle madri in famiglia rispetto a neonati istituzionalizzati in orfanotrofi o reparti ospedalieri.
Egli scoprì, documentando la tragedia degli effetti devastanti della privazione affettiva: notò che i bambini in istituto, pur nutriti e curati dal punto di vista igienico ma privati di una figura di riferimento stabile e affettuosa, sviluppavano una sindrome clinica grave, la depressione anaclitica o ospedalismo. Questi bambini manifestavano apatia, ritardo nello sviluppo motorio e cognitivo, pianto disperato e, nei casi estremi, un vero e proprio deperimento organico fino alla morte, pur in assenza di malattie fisiche. Questa scoperta cambiò per sempre le politiche di accoglienza negli ospedali pediatrici e negli orfanotrofi di tutto il mondo.
Fortemente influenzato dall’embriologia, teorizzò che lo sviluppo psichico non è un flusso continuo e indistinto, ma proceda per salti qualitativi e tappe critiche, i tre organizzatori della psiche, segnalati da comportamenti specifici che indicano la comparsa di nuove strutture mentali:
a) il sorriso del 3° mese, che indica il passaggio dalla fase indifferenziata al riconoscimento del volto umano, che funziona da primo oggetto libidico; fino al 3° mese il neonato sorride a stimoli interni o meccanici, ma ora risponde con un sorriso a qualsiasi volto umano di fronte che presenti la configurazione frontale di occhi, naso e bocca; il precursore dell’oggetto segna la fine della fase di indifferenziazione, in cui il bambino non distingue il mondo esterno da sé; nasce il primo precursore dell’Io e il riconoscimento del tu come entità separata; il bambino comincia a investire affettivamente l’esterno;
b) l’angoscia verso l’estraneo dell‘8°-9° mese, accompagnata dallo scuotere la testa nel gesto del no (è il primo atto di affermazione della propria volontà autonoma e della propria aggressività contro l’oggetto d’amore): mostra che il bambino distingue la madre dagli altri e possiede un rudimentale senso di separazione e autonomia; non riconosce più la madre per via di riflesso, ma sa distinguerla da tutti gli altri; dimostra di possedere una memoria di traccia e, soprattutto, inizia una separazione psicologica;
c) l’uso della parola io attorno al 15° mese segna la strutturazione definitiva dell’identità e dell’Io: il bambino impara a usare attivamente la parola No e a dire il proprio nome, usando il pronome Io; inizia a mappare la realtà attraverso il linguaggio non ripetitivo, che si perfezionerà tra poco con l’uso dei verbi che strutturano le frasi; questo organizzatore segna il passaggio dalla comunicazione pre-verbale a quella simbolica; l’uso della parola No e l’identificazione di sé come Io sanciscono la nascita del pensiero astratto e la strutturazione definitiva dell’apparato psichico; il bambino può ora interiorizzare i divieti genitoriali, ponendo le basi per la nascita del Super-Io.
Spitz offrì così a clinici e pediatri una mappa visibile e misurabile dello sviluppo invisibile. Ha dimostrato che la mente si costruisce attraverso il corpo e la relazione. Ogni organizzatore rappresenta un punto di non ritorno, il momento in cui la mente del bambino si riorganizza a un livello di complessità superiore, inaugurando nuove funzioni cognitive ed emotive; ogni volta che un indicatore comportamentale fallisce o subisce una regressione (come accadeva nei bambini istituzionalizzati vittime di deprivazione), l’intero edificio psichico rischia il collasso.
Con l’uso del filmato come strumento di ricerca oggettiva e lo studio micro-analitico delle risposte del bambino, Spitz ha spianato la strada a quell’osservazione empirica rigorosa che avrebbe poi caratterizzato l’Infant Research di Daniel Stern e la teoria dell’attaccamento di Bowlby.
Margaret Mahler e il processo di separazione-individuazione
Concludo questo mio iniziale contributo spezzando una lancia a favore di Margaret Mahler, psicoanalista di origine ungherese, che ha studiato a fondo il processo di separazione-individuazione attraverso un’osservazione sistematica condotta al Masters Children’s Center di New York.
Ma, prima di parlare della Mahler, occorre un accenno a Leo Kanner e alla definizione dell’autismo infantile.
Kanner nel 1943 descrisse per primo la sindrome dell’autismo infantile precoce, isolandola dalla schizofrenia infantile e identificando i tratti distintivi: l’estremo isolamento autistico, il desiderio ossessivo di immutabilità e i disturbi del linguaggio, come l’ecolalia. La sua interpretazione etiologica della sindrome, legata alla presunta freddezza delle madri (madri frigorifero), ha pesantemente condizionato il dibattito psicoanalitico per decenni. Ha teorizzato che il neonato attraversi una fase iniziale di autismo normale e di simbiosi con la madre, per poi procedere, tra i 5 e i 36 mesi, verso la separazione psicologica e l’acquisizione dell’identità individuale.
Anche la Mahler aveva ipotizzato una fase di autismo normale (0-2 mesi), in cui il neonato attraversa un periodo iniziale di totale isolamento e chiusura protettiva, focalizzato unicamente sui bisogni fisiologici e del tutto inconsapevole del mondo esterno e della madre, e una fase di simbiosi (2-5 mesi), in cui il bambino percepirebbe sé e la madre come un’unica entità indifferenziata, una doppia unità racchiusa in una membrana comune.
L’Infant Research e la psicologia dello sviluppo contemporanea hanno dimostrato che queste fasi non esistono. I neonati non sono affatto autistici o chiusi in un guscio: sono pre-cablati per la relazione fin dalla nascita. Cercano il volto umano, imitano le espressioni facciali dei genitori già a poche ore di vita, distinguono la voce materna e possiedono già un rudimentale senso di distinzione sé-altro. L’idea di un neonato inizialmente cieco e sordo al mondo sociale era un residuo teorico del dogma freudiano secondo cui l’Io si costruisce uscendo da uno stato di originario narcisismo primario. In età avanzata, la stessa Mahler ha riconosciuto parzialmente questi limiti alla luce delle nuove scoperte empiriche.
Se la prima parte della teoria della Mahler è stata superata, la seconda parte — quella che descrive il vero e proprio processo di separazione-individuazione e le sue sotto-fasi — resta un capolavoro di acume clinico, ampiamente confermato da ciò che i genitori osservano quotidianamente nei bambini tra il primo e il terzo anno di vita:
a) la sotto-fase del Practicing (Praticamento): tra i 10 e i 18 mesi, quando il bambino impara a camminare, sperimenta una sorta di ubriacatura trionfale per le sue nuove capacità motorie ed esplora il mondo con entusiasmo euforico;
b) la sotto-fase del Rapprochement (Riavvicinamento): tra i 18 e i 24 mesi, il bambino, esplorando il mondo, si rende improvvisamente conto di essere piccolo, vulnerabile e separato dalla madre; questo genera un’angoscia profonda, da cui nasce il comportamento altalenante (ambitendenza); il bambino un momento prima respinge la madre o scappa, e quello subito dopo corre a cercarla disperatamente, volendo essere preso in braccio o aggrappandosi alle sue ginocchia; i capricci di questa età non sono manipolazioni, ma il drammatico conflitto interno tra il desiderio di indipendenza e la paura di perdere l’amore e la protezione della base sicura; il bambino esploratore è come un’auto da corsa che periodicamente deve rientrare ai box (tornando fisicamente a toccare la madre o a cercare il suo sguardo) per fare il pieno di energia emotiva prima di ripartire all’avventura (Emotional Refueling o Rifornimento affettivo).
La Mahler ha fornito agli psicoterapeuti una chiave di lettura insostituibile per comprendere i disturbi gravi della personalità: patologie come il borderline derivano proprio da un fallimento nella sotto-fase di riavvicinamento, per cui, da adulti, questi pazienti oscillano perennemente tra il terrore di essere abbandonati e il terrore di essere inghiottiti e soffocati dalla vicinanza di un’altra persona.
Mi fermo qui.
Domande?
Il core self è il nucleo del sé che il neonato costruisce progressivamente fin dai primi mesi di vita, come dimostrato da Daniel Stern. A differenza delle teorie precedenti, che ipotizzavano uno stato iniziale di autismo o fusione con la madre, Stern ha evidenziato che il bambino sperimenta una continuità di essere e di agire, distinguendo sé dagli altri e interagendo attivamente con l’ambiente. Questo concetto ha spostato l’attenzione dalle fasi rigide della psicoanalisi classica alla costruzione dinamica dell’identità.
L’esperimento condotto da John B. Watson sul Piccolo Albert dimostrò come la paura possa essere indotta tramite condizionamento, ma sollevò gravi questioni etiche. Il bambino sviluppò una fobia generalizzata che non fu mai trattata, lasciandolo con un trauma duraturo. Oggi, tali pratiche sono vietate perché violano i principi di protezione dei minori e di non maleficenza nella ricerca scientifica.
Margaret Mahler descrisse due sotto-fasi fondamentali: il Practicing (10-18 mesi), in cui il bambino esplora il mondo con entusiasmo grazie alle nuove capacità motorie, e il Rapprochement (18-24 mesi), caratterizzato da un conflitto tra il desiderio di indipendenza e la paura di perdere la madre. Queste fasi spiegano comportamenti come i capricci e offrono una chiave per comprendere disturbi come il borderline.
René Spitz documentò gli effetti devastanti della deprivazione affettiva nei bambini istituzionalizzati, che sviluppavano la depressione anaclitica o ospedalismo. Le sue scoperte portarono a una revisione delle pratiche di accoglienza, introducendo figure di riferimento stabili e stimoli affettivi per prevenire ritardi nello sviluppo e danni psicologici irreversibili.
Freud pubblicò nel 1909 l’analisi della fobia del Piccolo Hans, nella realtà Herbert Graf, senza prendere mai in carico direttamente il bambino, se non in un’unica occasione: l’intera terapia fu condotta per interposta persona, attraverso i diari, i resoconti e le conversazioni del padre Max Graf. Con quel caso iniziò la psicoanalisi infantile e si dimostrò che i conflitti nevrotici affondano le radici nell’infanzia, ma il metodo indiretto espose la psicoanalisi alle critiche di dogmatismo e scarsa scientificità empirica, spingendo i movimenti successivi, da Anna Freud a Melanie Klein, verso il pilastro opposto: l’osservazione diretta e prolungata del bambino.
Winnicott, tra i pionieri dell’osservazione diretta insieme a René Spitz, Anna Freud e John Bowlby, spostò l’asse dal bambino isolato alla diade madre-bambino. Introdusse concetti rivoluzionari come la madre sufficientemente buona, l’oggetto transizionale, la coperta o il peluche, e l’area di gioco come spazio potenziale di crescita.
In parte. La prima parte, l’autismo normale dei primi due mesi e la simbiosi fra i 2 e i 5 mesi, è stata superata: l’Infant Research ha dimostrato che i neonati non sono affatto autistici o chiusi in un guscio, ma pre-cablati per la relazione fin dalla nascita. La seconda parte, il processo di separazione-individuazione con le sotto-fasi del Practicing e del Rapprochement, resta un capolavoro di acume clinico e fornisce una chiave di lettura insostituibile dei disturbi gravi della personalità, come il borderline, che deriva da un fallimento nella sotto-fase di riavvicinamento.
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