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L'impronta nascosta dell'IA: carbonio, acqua e suolo

L'intelligenza artificiale è un sistema materiale con costi misurabili. Un rapporto dell'ONU quantifica le impronte di carbonio, acqua e suolo dei data center, dall'addestramento dei modelli ai rifiuti elettronici, fino al recupero del calore in Finlandia.

18 giugno 2026 · Adolfo Santoro · IT · 13 min di lettura

L'impronta nascosta dell'IA: carbonio, acqua e suolo

Il rapporto Costo ambientale dell’intelligenza artificiale: impronta di carbonio, acqua e suolo, pubblicato dall’Istituto dell’ONU per l’acqua, l’ambiente e la salute (UNU-INWEH), esamina una delle conseguenze meno esplorate della rapida espansione dell’Intelligenza Artificiale (IA): l’impronta ambientale dell’energia necessaria per alimentarla. Man mano che l’IA si integra nelle economie, nei servizi pubblici, nella ricerca, nella comunicazione e nella vita quotidiana, dipende da una crescente infrastruttura fisica composta da data center, chip avanzati, sistemi di raffreddamento, reti elettriche, risorse idriche, suolo e catene di approvvigionamento di minerali critici. Il rapporto dimostra che l’IA è un sistema materiale con costi ambientali misurabili.

Questo rapporto va oltre una semplice analisi del carbonio, ma quantifica l’impronta di carbonio, acqua e suolo associata all’elettricità utilizzata per addestrare, implementare e gestire sistemi di IA su larga scala. La sua conclusione principale è che i costi ambientali dell’IA dipendono non solo dalla quantità di elettricità utilizzata, ma anche da dove viene generata e da quali fonti energetiche. Ogni kilowattora utilizzato dall’IA comporta implicazioni in termini di emissioni di carbonio, consumo idrico e utilizzo del suolo, e queste impronte non sempre si muovono nella stessa direzione: l’elettricità a basse emissioni di carbonio non è automaticamente sinonimo di basso consumo idrico o di suolo. Il rapporto mostra inoltre che l’impronta ambientale dell’IA è determinata sia dalle principali tendenze infrastrutturali, tra cui la rapida crescita dei data center, sia dalle modalità di utilizzo quotidiano, come la scelta del modello, la lunghezza dell’output, la modalità e il crescente utilizzo della generazione di testo, immagini e video.

È importante sottolineare che il rapporto inquadra l’impronta ambientale dell’IA come una sfida di governance e giustizia, non solo come un problema tecnico. I benefici dell’IA spesso si estendono oltre i confini e i settori, mentre gli oneri ambientali derivanti dall’ubicazione dei data center, dalla domanda di elettricità, dai prelievi idrici, dall’utilizzo del suolo, dall’estrazione mineraria e dai rifiuti elettronici possono concentrarsi in specifiche comunità e regioni. Per affrontare questi rischi, il rapporto auspica un ecosistema di IA responsabile, fondato su trasparenza, efficienza fin dalla progettazione, equità e giustizia ambientale, responsabilità del ciclo di vita, cooperazione globale e utilizzo sostenibile. Rendendo visibili e comparabili le impronte di carbonio, idriche e di utilizzo del suolo dell’IA, il rapporto fornisce una base pratica per integrare l’IA nella pianificazione energetica, climatica, idrica e dell’uso del suolo, garantendo che l’innovazione progredisca senza trasferire i costi ambientali sulle comunità vulnerabili.

Esaminiamo in modo sintetico i punti-chiave del rapporto.

La crescita esponenziale dell’IA

Rispetto alla crescita dell’IA il rapporto ci dice:

L’impronta energetica dell’addestramento

Rispetto all’impronta energetica del training dei modelli, il rapporto ci dice:

Quanto costa usare l’IA

Rispetto all’uso di IA, il rapporto ci dice:

I data center come infrastruttura

Rispetto ai data center come infrastrutture, il rapporto ci dice:

Il calore recuperato: il modello finlandese

Nei Paesi freddi il calore dissipato dai data centers è parzialmente riutilizzato come energia per il riscaldamento.

In Finlandia i data center vengono usati per riscaldare case e città grazie al recupero del calore, riducendo consumi ed emissioni con reti di teleriscaldamento avanzate. Il processo inizia con l’acqua tiepida usata per raffreddare i server dei data center. Questa viene inviata a sistemi di pompe di calore, che ne estraggono l’energia termica e la portano a temperature adatte al riscaldamento delle abitazioni. Il risultato è un flusso costante di calore rinnovabile che può raggiungere anche oltre i 100°C e alimentare intere città durante gli inverni più rigidi.

Esportare questa soluzione non è semplice: i data center richiedono enormi quantità di energia elettrica e inoltre spesso queste strutture vengono costruite lontano dalle città, dove il terreno costa meno, mentre i sistemi di teleriscaldamento sono concentrati nei centri urbani. Ma qualche città del Nord-Italia, come Brescia o Milano, sta cercando di seguire questo modello.

La domanda che resta

Ma il problema è un altro: che cosa i gestori fanno per contrastare l’abuso e la dipendenza da IA?

Domande?

Quanta acqua consuma l’addestramento di un modello di IA?

Secondo il rapporto UNU-INWEH, l’addestramento di GPT-4 ha avuto un’impronta idrica di circa 600 milioni di litri, abbastanza da riempire 237 piscine olimpioniche. Per GPT-5 la stima sale a circa 1 miliardo di litri, sufficienti a coprire il fabbisogno idrico domestico annuo di oltre 135.000 persone nell’Africa subsahariana. Questa acqua serve soprattutto a raffreddare i server nei data center.

Quanta energia consuma l’addestramento di un modello di IA?

L’addestramento di GPT-4 ha probabilmente consumato dai 50 ai 70 GWh di elettricità in 100 giorni, circa 38-53 volte più di GPT-3 (circa 1,3 GWh in 34 giorni). Per un modello come GPT-5 si stima un fabbisogno di circa 100 GWh, pari al consumo annuo di elettricità residenziale di 770.000 persone nell’Africa subsahariana. L’addestramento di GPT-4 ha generato un’impronta di carbonio di 25.000 tonnellate di CO₂e.

I data center possono riscaldare le case?

Sì. In Finlandia il calore dissipato dai data center viene recuperato: l’acqua tiepida usata per raffreddare i server passa attraverso pompe di calore che ne estraggono l’energia termica, portandola a temperature anche oltre i 100°C per alimentare reti di teleriscaldamento di intere città. Esportare il modello è difficile perché i data center sorgono spesso lontano dai centri urbani dove il terreno costa meno, ma alcune città del Nord Italia come Brescia e Milano stanno provando a seguirlo.


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