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La lavagna

Mi ero arenata, come una grande balena sulla spiaggia. Storia di un blocco di scrittura e della grande parete nera che ha rimesso in movimento un romanzo.

14 aprile 2026 · Patrizia Barbuiani · IT · 3 min di lettura

La lavagna, lettera di Patrizia Barbuiani
Lettera dallo studio, 14 aprile 2026. Immagine di copertina in arrivo.

Mi ero arenata, come una grande balena sulla spiaggia.

Stavo scrivendo Il canto degli antenati, e a un certo punto la storia mi era sfuggita. Non la storia in sé, quella continuava a vivere da qualche parte, la sentivo respirare, ma la capacità di vederla tutta insieme, di tenerla tra le mani come si tiene una mappa spiegata sul tavolo. I personaggi si erano moltiplicati, ciascuno con le proprie date di nascita e di morte, le parentele, le professioni, i luoghi attraversati. C'erano generazioni che si intrecciavano, e io non riuscivo più a distinguere i fili.

Ho provato prima con un foglio A4. Ho scritto a minuta un riassunto dei personaggi, il loro ruolo nel romanzo, le particolarità, ma il foglio si è esaurito troppo in fretta, come un respiro troppo corto per una frase troppo lunga. Allora ho incollato insieme dei fogli A3, uno accanto all'altro, cercando di costruire una superficie abbastanza grande da contenere tutto. Ma anche questo metodo non funzionava. Le informazioni traboccavano dai bordi, i fogli si staccavano, e io restavo lì con i miei appunti sparsi come relitti sulla sabbia. Il romanzo era diventato così complesso che nessun foglio lo poteva accogliere.

Ero scoraggiata. Il filo mi era caduto di mano e non sapevo più dove raccoglierlo. Continuavo a picchiare la testa contro lo stesso muro.

Poi un giorno, era mattina, la luce filtrava attraverso le nuvole e attraverso la finestra del mio studio, una luce vivida che faceva risaltare ogni cosa, sono rimasta seduta alla scrivania a fissare la parete bianca davanti a me. La fissavo senza pensare, o forse pensando con quella parte della mente che non ha bisogno di parole, e a un certo punto la parete mi ha risposto. Necessitavo una grande lavagna. Una superficie sulla quale scrivere e cancellare con facilità, che mi mostrasse il cammino percorso e quello che avevo ancora da fare, su cui disegnare l'albero genealogico di quella famiglia ponendo punti interrogativi, appunti, frasi.

L'ho costruita con le mie mani. Due metri di altezza per due e trenta di larghezza, un unico pezzo di legno compensato che ho dipinto con una vernice speciale, una di quelle che riproducono l'ardesia. L'ho attaccata alla parete del mio studio come si appende un quadro che ancora non sai cosa conterrà.

Poi ho preso i gessi. E il gesso ha tracciato con sicurezza la lista dei nomi dei personaggi principali sulla destra. Uno dopo l'altro, come quando si chiama l'appello e ciascuno risponde presente. La lavagna si è riempita di date e luoghi, di linee che collegavano padri a figli, di frecce, di domande a cui io stessa dovevo rispondere. Mi sono immersa in una ricerca particolareggiata, andando a ripescare nei miei testi i dettagli che servivano, e man mano mi accorgevo di ciò che mancava e annotavo ogni cosa.

Era come guardare il romanzo dall'alto di una collina, con distanza, riappropriandomi della visione perduta. Ho goduto di quei momenti con calma. Il tempo si è dilatato, era come se entrassi nella trama di un tessuto e ne allargassi l'ordito per verificarne il colore, lo spessore, la robustezza e la fragilità.

Dopo diversi giorni sono tornata alla scrittura. La parete era lì, fiammeggiante di gesso e di segni, e mi suggeriva correzioni, adattamenti, approfondimenti. Avevo davanti agli occhi la visione globale e concentrata di tutto il romanzo, e ho potuto riprendere il largo in acque cristalline, con una grande gioia e fiducia.

Non mi sono più fermata.

Quei blocchi che sembrano soltanto negativi a volte ci stanno dicendo qualcosa sulla storia: ci permettono di comprendere possibili errori nello sviluppo, snodi che non reggono, parentele che non tornano. Come un filo caduto: lo si raccoglie e si trova il modo di annodarlo per riprendere da dove ci si è persi. E a volte, invece di picchiare la testa contro il muro, conviene spostarsi e guardare quel muro da un'altra angolazione. Magari scoprire che non è un muro. È una lavagna.

Patrizia

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