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Ebraismo della Profezia contro Ebraismo della Spada

Adolfo Santoro rilegge il sionismo attraverso l'etnopsichiatria degli Apache Chiricahua: dal trauma transgenerazionale alla personalità paranoide adattiva, fino al ritorno a un ebraismo della Promessa contro tutti i regimi autoritari.

11 aprile 2026 · Adolfo Santoro · IT · 27 min di lettura

Ebraismo della Profezia contro Ebraismo della Spada
Ebraismo della Profezia contro Ebraismo della Spada

Apache e sionismo: un parallelismo etnopsichiatrico

Sto leggendo le riflessioni di Bryce e Ruth Boyer sulla cultura feroce degli Apache Chiricahua e Mescalero del 1800 e ho trovato un parallelismo transculturale con il sionismo (oltre che con il Presidente del Senato italiano, che ha chiamato uno dei suoi figli Apache). Questa analisi dei coniugi Boyer ci informa che il trauma collettivo e i metodi di allevamento dei figli possono plasmare una personalità sociale orientata alla vigilanza e all’aggressività esterna.

Sia la cultura degli Apache, sia quella della società israeliana contemporanea si collocano sul terreno della psicologia dei popoli sotto assedio.

Entrambe le culture hanno alla base un’esperienza di minaccia esistenziale costante, un trauma come fondamento dell’identità: per gli Apache, secoli di guerriglia contro spagnoli, messicani e americani hanno creato una psiche collettiva in cui la sopravvivenza è il valore supremo; per gli israeliani, la memoria della Shoah e i decenni di conflitti regionali hanno istituzionalizzato il concetto di Mai più, trasformando il trauma in un motore di prontezza militare.

Per i Boyer, l’educazione Apache era caratterizzata da un paradosso: un fortissimo attaccamento iniziale seguito da un indurimento precoce. In entrambe le società esiste una trasmissione intergenerazionale della vigilanza: negli Apache questo avveniva attraverso prove di resistenza fisica, in Israele avviene attraverso la militarizzazione precoce, con la centralità del servizio militare come rito di passaggio all’età adulta. Ne consegue che l’aggressività non è vista come un difetto caratteriale, ma come una virtù adattiva necessaria per la difesa del gruppo.

I Boyer parlavano di meccanismi di difesa basati sulla scissione: per mantenere una forte coesione interna (l’estrema lealtà verso il proprio clan o nazione), l’ostilità e la frustrazione interna e la percezione del Male vengono proiettate interamente verso l’esterno, sul nemico. Ne consegue una ferocia che è, in realtà, una forma di protezione iper-reattiva: colpire per primi per evitare di essere annientati.

Entrambe le culture possiedono poi un senso di eccezionalismo dettato dall’isolamento, il concetto di essere Popolo Eletto o Unico: l’isolamento culturale degli Apache li portò a definirsi Indé (La Gente), il che li distingueva nettamente da tutti gli altri; allo stesso modo, la percezione israeliana di essere una villa nel giardino (un’isola di democrazia o un avamposto specifico in un contesto ostile) rinforza un’etica di sopravvivenza che giustifica mezzi estremi.

A ciò si aggiunga lo sviluppo culturale e ideologico della Grande Israele, che si fonda: a) sulla reinterpretazione biblica, cioè sull’intento di ricreare i confini dell’antico Regno di David, che includevano territori della Cisgiordania (Giudea e Samaria); b) sul revisionismo sionista (già prima della nascita dello Stato di Israele, movimenti come l’Irgun rifiutavano la spartizione della Palestina, rivendicando l’intera Grande Israele); c) sulla trasformazione religiosa e nazionalista della società israeliana, specialmente dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 (la conquista militare della Cisgiordania, di Gaza, del Golan e del Sinai alimentò l’idea che la terra fosse stata restituita al popolo ebraico e che il vero confine dello Stato di Israele fosse quello biblico, dal Mediterraneo al Giordano); d) sulla nascita, dopo il 1967, di movimenti come Gush Emunim (Blocco dei Fedeli), che posero le basi culturali e religiose per la colonizzazione totale dei territori occupati, considerati culla dell’ebraismo; e) sul fatto che, nel corso dei decenni, il sionismo socialista delle origini è stato soppiantato da un sionismo etnico-religioso che vede la Grande Israele come un precetto religioso; f) sul sostegno attuale di partiti nazional-religiosi e figure come Itamar Ben-Gvir (Potere Ebraico) all’espansione degli insediamenti, integrando la fede religiosa nel progetto politico di controllo del territorio.

La personalità paranoide adattiva

L’elemento che unisce maggiormente la cultura Apache e quella sionista è la personalità paranoide adattiva, un assetto psicologico dove la fiducia nel prossimo è un lusso mortale e l’aggressività è l’unica garanzia di continuità. La rottura precoce del legame genitore-figlio per favorire l’indurimento trova un’eco nella struttura dei movimenti giovanili e nel servizio militare obbligatorio, che agiscono come una seconda nascita sociale, orientata alla difesa del collettivo.

Ma questa personalità paranoide adattiva non originava, in entrambe le culture, dall’incontro col nemico di turno: pre-esisteva. Entrambe le culture sono infatti caratterizzate dall’esodo e da una trasmissione transgenerazionale e culturale del trauma, che nel caso dell’origine del movimento sionista si configura in tre passaggi.

L’eredità del pogrom e delle Bloodlands

Le famiglie degli ebrei ultra-ortodossi provengono dai Paesi Baltici e dalla Polonia, dove per secoli le comunità ebraiche hanno vissuto una condizione di precarietà estrema, culminata nella Shoah. In questi Paesi l’antisemitismo non era solo istituzionale, ma spesso di vicinato, il che generava una cultura della sopravvivenza basata sull’idea che l’ambiente esterno sia intrinsecamente ostile e che la diplomazia sia un’illusione pericolosa. Molti leader della destra israeliana (inclusa la famiglia Netanyahu) affondano le radici nel sionismo revisionista di Vladimir Jabotinsky, nato a Odessa e vissuto da cosmopolita: la sua filosofia del Muro di Ferro postula che solo una forza militare schiacciante e una postura inflessibile possano garantire la sopravvivenza.

La sindrome dell’assediato transgenerazionale

Quando un trauma non viene elaborato, si trasforma in un mito fondativo. Il padre di Netanyahu, Benzion, era uno storico dell’Inquisizione spagnola e la sua visione del mondo era dominata dall’idea che il tentativo di sterminio degli ebrei fosse una costante immutabile che sfociava nel pessimismo storico polacco-orientale e in una politica che vede ogni concessione come un passo verso un nuovo olocausto. Il trauma storico può facilmente fondersi con il messianismo, creando sottogruppi in cui l’identità si definisce per opposizione assoluta: è il caso dell’assassino di Rabin dopo gli accordi di Oslo, che vedeva il nemico nell’arabo, ma anche nell’ebreo traditore come Rabin, che divenne lo specchio necessario per mantenere la coesione di una personalità che non sa definirsi in tempi di pace.

Il caso di Ben-Gvir e degli ultra-ortodossi

Ben-Gvir è di origine mizrahi (ebrei provenienti da paesi arabi, minoranza marginalizzata dagli ebrei ashkenaziti), ma ha adottato l’ideologia di Meir Kahane (statunitense di origine est-europea): questo dimostra che il modello della personalità paranoide è diventato un software ideologico che prescinde dall’origine etnica diretta, sovrapponendosi all’esperienza di discriminazione vissuta dai mizrahi in Israele. Per molti ultra-ortodossi, invece, la ferocia è verbale e identitaria, volta a proteggere la purezza del gruppo da contaminazioni esterne, e replica il modello dello shtetl (il villaggio ebraico dell’est) in un contesto moderno.

L’essere stato, dunque, per secoli la vittima (l’indiano scacciato o l’ebreo del pogrom) apre alla costruzione di un’identità feroce come meccanismo di iper-compensazione, di Forza come riscatto. L’origine polacca o baltica ha fornito il materiale storico (secoli di persecuzioni reali) su cui è stata costruita una cultura politica che rifiuta la vulnerabilità: il passaggio dal bambino vittima al soldato-colono implacabile è il tentativo di guarire una ferita antica, che però spesso finisce per riprodurre lo stesso dolore, proiettato sul nemico.

Il nemico esterno come collante di un’identità frammentata

A ben vedere, l’aggressività etnica è anzitutto un problema di aggressività intra-etnica: l’aggressività degli Apache era precedente al contatto con i bianchi e coincideva con l’esodo in territori semi-deserti in cui era già di per sé difficile vivere. Successivamente, questo tratto adattivo si è dimostrato ulteriormente adattivo nel contatto con i bianchi. Ne consegue che la risoluzione della questione sionista non sta tanto all’interno del confronto con altri popoli, ma nel confronto tra tutti gli ebrei, i sionisti ragionevoli autenticamente democratici e i sionisti irragionevoli che hanno bisogno di un nemico esterno: l’indulgenza verso i sionisti irragionevoli da parte degli altri è la causa della perpetuazione del conflitto.

La funzione interna del conflitto esterno era chiara anche ai Boyer: l’aggressività Apache non era solo una risposta alla colonizzazione, ma un tratto strutturale nato da una scarsità di risorse e da una dinamica di clan frammentati, dove l’iniziazione serviva a produrre individui capaci di sopportare una solitudine emotiva estrema.

Il sionismo, sin dalle sue origini, ha dovuto affrontare una sfida titanica: unificare persone provenienti da contesti linguistici, culturali e sociali radicalmente diversi (dall’ebreo polacco allo yemenita, dal laico socialista all’ultra-ortodosso). Come accadeva per le bande Apache, la presenza di un nemico esterno feroce serve a silenziare le enormi divergenze interne. Senza la minaccia esistenziale, le fratture tra ebrei laici e religiosi, tra ashkenaziti e mizrahi, esploderebbero, com’è accaduto nelle massicce proteste in Israele prima del 7 ottobre. L’incapacità di risolvere la propria identità collettiva in tempo di pace porta a proiettare sul nemico (il palestinese, l’arabo) quegli impulsi distruttivi che sono, in realtà, parte di una tensione interna mai risolta.

L’indulgenza dei ragionevoli trova la sua ragione d’essere nel fatto che gli irragionevoli fanno il lavoro sporco psichico dei ragionevoli. L’estremista incarna quella rabbia e quel desiderio di sicurezza assoluta che il moderato prova, ma non può ammettere di avere, per non tradire i propri valori liberali. Ne consegue un circolo vizioso: i sionisti ragionevoli faticano a recidere il legame con la destra messianica perché temono che, senza quella ferocia, l’intero edificio identitario crolli.

Bisogna allora riavvolgere il film della storia degli ebrei. L’ebraismo della Diaspora ha sviluppato per secoli una resilienza basata sullo studio, sulla parola e sull’adattamento, spesso rifiutando la violenza fisica come strumento identitario. Il Sionismo Muscolare è nato esplicitamente come rifiuto dell’ebreo della diaspora, visto come debole: ha cercato di creare il Nuovo Ebreo, un guerriero che vede nell’indurimento l’unica via. Ne consegue un conflitto, mai puntualmente esplicitato: la risoluzione non è militare, ma viene dal confronto tra chi vuole perpetuare una personalità paranoide adattiva e chi crede che l’identità ebraica possa esistere senza la necessità di un nemico permanente. Se l’aggressività è stata adattiva in territori desertici o in tempi di pogrom, oggi diventa disadattiva in un mondo interconnesso. Il fare i figli per la Patria è una strategia di logoramento in una guerra senza fine. In uno Stato con armi nucleari, questa mentalità rischia di trasformare l’intero progetto in un vicolo cieco autodistruttivo.

La corruzione come crepa morale dello Stato

Un punto cruciale è la richiesta di grazia avanzata da Netanyahu rispetto ai suoi reati di corruzione. Se il Presidente di Israele, Isaac Herzog, non riesce a ricompattare lo Stato sull’onestà di fondo, diventa complice della proiezione all’esterno del conflitto. È il realismo politico che richiede il legame tra la moralità del leader e la salute psichica della nazione. Se la giustizia viene sacrificata sull’altare della stabilità o del potere personale, il patto sociale si rompe e l’unico modo per tenere insieme i pezzi è, appunto, esacerbare il conflitto esterno. In termini psicoanalitici, se il Padre (il leader, lo Stato) è corrotto o impunito, non può più fungere da garante della Legge. A quel punto, l’aggressività che dovrebbe essere regolata dalle istituzioni torna a fluire libera e distruttiva.

La corruzione di un leader non è solo un reato amministrativo: in un contesto come quello israeliano è una ferita all’immagine del sionismo onesto e frugale delle origini. Se Netanyahu ottiene una grazia o un’impunità di fatto, si lancia un messaggio devastante: l’individuo (e il suo potere) è più importante della sopravvivenza etica della comunità. Per compensare questa perdita di legittimità, il leader è quasi costretto a presentarsi come l’unico baluardo contro un nemico esterno feroce. La guerra diventa allora la scialuppa di salvataggio della propria carriera politica.

Il Presidente di Israele ha un ruolo largamente simbolico: è il Custode della Coscienza della nazione. Se non riesce a imporre l’onestà, diventa complice di un processo di dissociazione collettiva. Lo Stato smette di essere il luogo del diritto e diventa il luogo della forza. In questo scenario, la personalità paranoide non è più solo una difesa contro i nemici esterni, ma diventa il modo in cui i cittadini guardano ai propri leader e si guardano tra di loro.

Quando la tensione interna (dovuta a scandali, disuguaglianze o crisi di valori) diventa insopportabile, proiettarla all’esterno su un nemico barbaro è la via più facile per ottenere un’unità artificiale. È il meccanismo della Difesa Maniacale: invece di affrontare il dolore e la colpa della propria crisi interna, il gruppo si lancia in un’azione esterna violenta ed energica per sentirsi vivo e coeso. Questa è la ferocia: una rabbia che nasce dal non poter (o non voler) guardare dentro lo specchio della propria crisi identitaria.

Se Israele non risolve il conflitto intra-etnico sull’onestà e sulla natura del proprio Stato (teocrazia messianica o democrazia liberale?), continuerà a cercare nei nemici circostanti l’immagine della propria ombra. La grazia a Netanyahu potrebbe essere l’atto finale che sigilla questa trasformazione: il passaggio definitivo da un progetto nazionale basato su un’etica (per quanto discutibile) a un’entità puramente basata sulla forza e sulla difesa paranoide. In questo senso, l’onestà di fondo non è un optional morale, ma l’unico argine rimasto prima che la proiezione del nemico esterno diventi l’unica ragione d’essere dello Stato.

Guerra cronica e finestra di Overton

Quando una nazione vive in uno stato di guerra cronica, la finestra di Overton (ciò che è considerato accettabile discutere) si restringe drasticamente, e l’auto-riflessione viene spesso scambiata per tradimento. Il trauma irrisolto tende a congelare la capacità critica.

Tuttavia, c’è un enorme fermento, specialmente tra le nuove generazioni della diaspora ebraica, che sta cercando di separare l’ebraismo dal sionismo statalista.

Questa resistenza intellettuale e morale è variegata. C’è la riscoperta del Bund (l’Unione Generale dei Lavoratori Ebrei), un movimento socialista nato nell’Europa dell’Est che si opponeva al sionismo già cento anni fa. C’è il principio di Doykayt (Qui-ezza), secondo cui gli ebrei dovrebbero fiorire e lottare per la giustizia lì dove si trovano, senza dover fuggire in uno Stato-fortezza. Ci sono alcuni intellettuali, come Molly Crabapple, che sostengono la visione di un ebraismo internazionalista che trova nella solidarietà con gli altri oppressi la sua vera missione. Ci sono le organizzazioni della diaspora attorno a Bernie Sanders: la Jewish Voice for Peace (JVP), la più grande organizzazione ebraica dichiaratamente anti-sionista, che definisce il sionismo come un progetto coloniale che ha danneggiato non solo i palestinesi, ma l’anima stessa dell’ebraismo. C’è IfNotNow, un movimento di giovani ebrei americani che si concentra sulla fine dell’occupazione e che rifiuta di essere dato in pasto all’addestramento militare e alla costruzione del nemico. C’è Judith Butler, filosofa femminista che ha scritto testi fondamentali (Parting Ways) su come l’etica ebraica possa e debba essere usata per criticare lo Stato di Israele. C’è Naomi Klein, che critica l’idolatria dello Stato-nazione, proponendo un ritorno a un ebraismo basato sulla giustizia climatica e sociale. C’è Abraham Burg, ex presidente del Parlamento israeliano, che, criticando dall’interno del sistema, sostiene nel suo libro Sconfiggere Hitler che Israele deve smettere di adorare il proprio trauma, se vuole sopravvivere come democrazia.

Lo scontro più feroce oggi è dunque tra l’Ebraismo della Profezia, che chiede giustizia universale, e l’Ebraismo della Spada, che chiede sicurezza etnica. Se gli ebrei della diaspora riusciranno a dimostrare che l’identità ebraica può essere vibrante, sicura e colta senza dipendere dall’oppressione di un altro popolo, allora il software della paranoia inizierà a perdere pezzi.

La Legge sullo Stato-Nazione del 2018

Prima di ogni risposta ci deve essere la retromarcia rispetto alla Legge sullo Stato-Nazione del 2018: questa legge, che ha rango costituzionale, ha formalmente declassato i cittadini non ebrei a una categoria subordinata, definendo l’autodeterminazione in Israele come un diritto esclusivo del popolo ebraico e degradando la lingua araba. La revisione di questa legge dovrebbe essere l’obiettivo su cui può avvenire la saldatura tra il movimento internazionale ebraico dissidente e la dissidenza interna allo Stato ebraico.

L’Ebraismo della Spada ha venduto l’idea che la sicurezza derivi dalla separazione e dalla forza. La revisione della Legge del 2018 dimostrerebbe che la vera sicurezza nasce dall’uguaglianza civile. Finché lo Stato si definisce per una sola etnia, il nemico esterno non è solo una minaccia, ma una necessità logica per giustificare l’esclusione.

Revisionare la Legge del 2018 romperebbe il meccanismo della Vendetta Adattiva, che diventa un ciclo infinito quando è parte dell’educazione alla sopravvivenza. La vendetta o la deterrenza punitiva è assurda: nella teoria dei giochi è un gioco a somma zero, in cui non vale la pena giocare. La dissidenza ebraica internazionale, non essendo sotto la pressione immediata dei missili, ha il compito psicologico di disintossicare i fratelli israeliani dal mito della forza, ricordando che l’Ebraismo della Profezia si fonda sulla Tzedakah (giustizia/equità), non sul dominio.

La dissidenza ebraica internazionale dovrebbe puntare a una Costituzione per i ragionevoli, a una Costituzione civile e laica. Questo toglierebbe potere agli ultra-ortodossi e ai coloni messianici, che usano la teocrazia come scudo per l’espansionismo. Senza la protezione della legge del 2018, leader come Ben-Gvir perderebbero la loro base legale per le politiche di segregazione.

Questa retromarcia richiede un coraggio immenso, perché significa ammettere che il modello di Stato-fortezza ha fallito. Gli ebrei ragionevoli devono affrontare il fatto che la personalità paranoide ha creato uno Stato che assomiglia sempre più ai regimi da cui gli ebrei stessi sono fuggiti: il loro compito è allora quello di offrire un’alternativa d’identità, dimostrare che si può essere ebrei orgogliosi senza essere carcerieri. Se questa saldatura avviene, Netanyahu e gli estremisti perdono l’unica cosa che li tiene in piedi: la pretesa di rappresentare l’intero popolo ebraico mondiale.

Petrodollari e geopolitica dell’energia

Paradossalmente, solo la rinuncia alla potenza dei fossili può aprire la strada alla Pace. Solo la rinuncia da parte degli USA alla competizione con la Cina e la ricerca di un dialogo all’interno di un mondo multipolare equo e solidale può permettere lo sforzo comune della non-distruzione della Terra, anzitutto ecologica.

La geopolitica dell’energia è infatti il motore materiale del conflitto: Israele è il cardine di un sistema basato sui fossili e sulla supremazia del petrodollaro, e questa centralità spiega perché la ferocia non è solo un tratto culturale, ma una necessità strategica di un vecchio ordine mondiale che resiste al cambiamento.

Se il potere di Israele e degli USA è legato al controllo delle rotte energetiche tradizionali, la transizione verso le rinnovabili e un mondo multipolare, trainato in gran parte dalla tecnologia cinese, rappresenta per l’attuale leadership israeliana una minaccia esistenziale, non solo militare.

C’è, in tutto ciò, un paradosso della potenza: la ferocia aumenta quanto più il modello economico sottostante diventa obsoleto. Come un organismo che lotta per l’ossigeno, lo Stato-avamposto intensifica l’aggressività per mantenere la rilevanza in un sistema, quello dei fossili, che sta collassando.

Ma la distruzione ecologica non conosce confini nazionali. L’Ebraismo della Spada, focalizzato sulla difesa di un confine terrestre, è cieco di fronte alla minaccia climatica che renderà invivibile l’intera regione, indipendentemente da chi detiene il potere militare.

La lotta contro l’autoritarismo estrattivo

Negli USA e in qualche Paese d’Europa sta avvenendo un processo di resistenza al potere autocratico che potrebbe portare all’impeachment di Trump. Gli ebrei hanno in tal senso molto da imparare dai movimenti di resistenza anti-autoritaria del resto del mondo, perché l’impeachment di Trump riflette la stessa spaccatura che c’è in Israele: da un lato il nazionalismo della forza bruta (fossili, muri, dazi), dall’altro la necessità di un dialogo multipolare e ambientale.

Gli ebrei americani sono in prima linea in questa resistenza. Molti di loro hanno capito che il destino della democrazia americana e la fine dell’etnocrazia israeliana sono due facce della stessa medaglia: la lotta contro l’autoritarismo estrattivo.

Se l’ebraismo impara dai movimenti anti-autoritari (come quelli per i diritti civili o la giustizia climatica), può riscoprire una missione universale: la Cooperazione invece della Competizione. Rinunciare alla potenza fossile significa accettare che la sicurezza non è un bene che si sottrae agli altri, ma un bene comune che si costruisce con la cura del territorio (ecologia) e il riconoscimento dell’altro (multipolarismo).

Questo richiede un salto evolutivo, quello della non-distruzione: passare dalla personalità paranoide alla personalità collaborativa. Senza una decisa svolta ecologica e multipolare, Israele e gli USA rischiano di trascinare il mondo in un conflitto su scala globale: una guerriglia disperata per risorse che stanno scomparendo. La vera salvezza per l’ebraismo moderno potrebbe non risiedere in una terra da difendere con il sangue, ma in un’etica globale da offrire a un pianeta ferito.

La saldatura deve partire dalla giustizia ambientale. Solo se la terra diventa un bene da proteggere insieme, il nemico cessa di essere tale e diventa un compagno di sopravvivenza.

Riumanizzazione: i tre passaggi critici

Senza una riumanizzazione dell’uomo, al di là di ogni etnia o credo, l’uomo farà la fine dei dinosauri, guidata dai regimi autoritari di tutto il mondo: quelli degli Apache e degli ebrei sono solo esempi del conflitto tra l’anima autoritaria e l’anima egualitaria nel mondo.

Se l’intelligenza umana usata per affilare la spada (tecnologica, militare o ideologica) non cede il passo al cerchio della cooperazione, allora quella stessa intelligenza diventa un tratto evolutivo letale, un vicolo cieco: quando la sopravvivenza del proprio gruppo diventa l’unico valore, si perde di vista il principio della sopravvivenza della specie e dell’ecosistema che la ospita.

La riumanizzazione tocca tre passaggi critici:

  1. il superamento del trauma transgenerazionale: dire NO all’educare i figli alla paura e all’odio come fossero strumenti di difesa necessari;
  2. la fine dell’estrattivismo (fossili e potere): comprendere che la competizione per il dominio energetico e geopolitico è una forma di suicidio collettivo in un pianeta in crisi ecologica;
  3. il primato dell’etica sulla legge etnocentrica: tornare a una visione in cui l’altro non è il limite del mio diritto, ma la condizione della mia umanità.

I dinosauri non avevano scelta: l’uomo ce l’ha, ma sembra incapace di esercitarla finché resta prigioniero di identità costruite sul nemico. Gli ebrei ragionevoli, i sionisti dissidenti e tutti i movimenti anti-autoritari nel mondo sono oggi le piccole cellule di un organismo che prova a cambiare rotta.

La vera terra promessa non è un confine protetto da un muro, ma quello spazio umano dove si dice NO al bisogno di un nemico per sapere chi si è.


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Domande?

Chi sono Bryce e Ruth Boyer e perché Santoro li usa per leggere il sionismo?

I Boyer sono due etnopsichiatri americani che studiarono la cultura degli Apache Chiricahua e Mescalero negli anni Sessanta e Settanta, analizzando come il trauma collettivo e l’indurimento precoce dei figli plasmassero una personalità sociale orientata alla vigilanza e all’aggressività esterna. Santoro ne trae un parallelismo transculturale: entrambe le culture, Apache e sionista, condividono un’esperienza di minaccia esistenziale costante, una trasmissione intergenerazionale della vigilanza e un meccanismo di scissione che proietta il Male sul nemico esterno.

Cos’è la personalità paranoide adattiva?

È l’assetto psicologico descritto da Santoro come nucleo comune tra cultura Apache e sionismo contemporaneo: un modo di stare al mondo in cui la fiducia nel prossimo è un lusso mortale e l’aggressività è l’unica garanzia di continuità. Non nasce dall’incontro col nemico, ma pre-esiste e viene trasmessa attraverso l’educazione, i riti di passaggio e il servizio militare. È adattiva in condizioni di pogrom o di terra desertica, diventa disadattiva in un mondo interconnesso e armato di nucleare.

Che differenza c’è tra Ebraismo della Profezia ed Ebraismo della Spada?

Per Santoro è lo scontro interno più importante dell’ebraismo contemporaneo. L’Ebraismo della Spada chiede sicurezza etnica attraverso la forza, il muro, lo Stato-fortezza; l’Ebraismo della Profezia, radicato nella Tzedakah (giustizia/equità), chiede giustizia universale e considera l’identità ebraica capace di esistere senza un nemico permanente. La riscoperta del Bund, del principio di Doykayt, il lavoro di Judith Butler, Naomi Klein, Abraham Burg e movimenti come Jewish Voice for Peace e IfNotNow sono, per Santoro, le cellule vive di questo secondo ebraismo.

Perché la Legge sullo Stato-Nazione del 2018 è centrale nell’argomento di Santoro?

Perché ha rango costituzionale e ha formalmente declassato i cittadini non ebrei di Israele a una categoria subordinata, definendo l’autodeterminazione come un diritto esclusivo del popolo ebraico e degradando la lingua araba. Revisionarla, secondo Santoro, sarebbe il gesto concreto su cui può saldarsi la dissidenza ebraica internazionale e quella interna: dimostrerebbe che la vera sicurezza nasce dall’uguaglianza civile, non dalla separazione etnica, e toglierebbe la base legale a coloni messianici e partiti come Potere Ebraico di Ben-Gvir.

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