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Il tavolo al buio, prima di Radio Frankenstein

Come è nato RADIO FRANKENSTEIN: mesi di ricerca, un titolo chiuso come una porta, sei attori convocati senza copione, e la scena che all’improvviso si è illuminata da sola.

30 marzo 2026 · Markus Zohner · IT · 4 min di lettura

RADIO FRANKENSTEIN, Markus Zohner Arts Company, 2017. Foto: Patrick Botticchio
RADIO FRANKENSTEIN, Markus Zohner Arts Company, 2017. Foto: Patrick Botticchio.

Ero seduto al tavolo con il titolo scritto su un foglio. RADIO FRANKENSTEIN. Lo guardavo come si guarda una porta chiusa di cui si è persa la chiave. Sapevo che dietro c'era tutto, la storia, i personaggi, il senso, ma non riuscivo ad aprirla.

Avevo una specie di trama. Avevo Mary Shelley, avevo la creatura, avevo il dottor Frankenstein nella sua versione contemporanea. Avevo soprattutto Sergio Canavero, il neurochirurgo torinese che in quegli anni annunciava al mondo intero di voler eseguire il primo trapianto di testa della storia umana. HEAVEN, aveva chiamato il suo protocollo. Head Anastomosis Venture. Un nome da romanzo di fantascienza, ma l'uomo era serissimo, pubblicava articoli su riviste scientifiche, teneva conferenze, e il mondo lo guardava con un misto di fascinazione e orrore, esattamente come si era guardato Victor Frankenstein duecento anni prima.

Leggevo tutto quello che Canavero pubblicava. Leggevo i suoi articoli, le interviste, le critiche dei colleghi che lo consideravano un pazzo. E più leggevo, più le idee si stratificavano, si complicavano, si accavallavano una sull'altra come lastre tettoniche. Mary Shelley a diciannove anni sul lago di Ginevra. La creatura che chiede al suo creatore di essere amata. Canavero che spiega con diagrammi come recidere e riconnettere un midollo spinale. Il corpo. La mente. L'anima, se esiste. Cosa resta di noi quando ci separano dalla nostra carne?

Mi sedevo al tavolo ogni mattina. Aprivo il documento. Rileggevo le ultime righe. E non andava avanti. Non un rigo. Allora tornavo alla ricerca. Un altro articolo di Canavero. Un altro capitolo di Mary Shelley. Un'altra nota a margine. La ricerca era diventata il mio rifugio, il luogo dove potevo sentirmi produttivo senza produrre nulla. È una trappola che conosco bene: si scambia la preparazione per il lavoro.

E intanto, ed è qui che la cosa diventa assurda, sapevo esattamente di quanti attori avevo bisogno. Sei. Ne ero sicuro come si è sicuri del proprio nome. Non avevo un copione, non avevo scene scritte, non avevo dialoghi, ma sapevo che servivano sei persone su quel palcoscenico, quattro uomini e due donne. Li ho chiamati. Patrizia, Santiago, Luca, Alessandra, Igor, David. Ho detto: venite, cominciamo a provare.

Ho raccontato loro la storia. A voce, come si racconta qualcosa a degli amici, senza struttura, senza copione, saltando da un punto all'altro. Ho detto: c'è una sala operatoria. C'è una prigione. C'è una creatura che prende coscienza di sé. C'è uno scienziato che crede di poter dominare la morte. Ho dato delle indicazioni. Ho detto: tu sei questo personaggio, tu sei quest'altro. Provate.

E loro hanno provato. Hanno cominciato a muoversi nello spazio. Hanno cominciato a dare corpo a quelle figure che io vedevo solo come ombre nella mia testa. Santiago, Patrizia, Luca, Alessandra, Igor, David. E improvvisamente, in una mattina di prove, il pezzo è apparso davanti ai miei occhi. Intero. Come se qualcuno avesse acceso la luce in una stanza dove io mi ero aggirato al buio per mesi, toccando i mobili senza riconoscerli.

Era tutto già lì. L'inizio, lo sviluppo, la fine. L'arco di ogni personaggio. Il momento in cui la creatura si ribella. Il momento in cui lo scienziato capisce di aver perso il controllo. Io lo sapevo. Lo avevo sempre saputo. Ma non potevo scriverlo. Avevo bisogno di vederlo prendere forma fuori di me: nei corpi degli attori, nello spazio della scena, nelle voci che pronunciavano parole che ancora non esistevano, per poterlo finalmente riconoscere e mettere sulla carta.

Quella sera sono tornato a casa e ho scritto per ore. Le scene uscivano una dopo l'altra, come se fossero state in coda, pazientemente, aspettando che io le lasciassi passare. Ho capito come doveva aprirsi il pezzo, dove doveva accelerare, dove doveva trattenere il respiro, e come doveva chiudersi. La prima era fissata, il teatro prenotato, e quella pressione, quella scadenza immovibile, era stata il catalizzatore di tutto. Senza la prima fissata, senza gli attori già ingaggiati, senza l'incoscienza di aver messo in moto una macchina prima di avere la mappa, avrei probabilmente continuato a leggere articoli di Canavero per anni.

Ogni volta che scrivo, in fondo, succede la stessa cosa. Si arriva a dei punti, nel testo, nella storia, nella propria vita, e non si sa perché ci si è arrivati. Non si capisce cosa venga dopo. La tentazione è fermarsi, tornare indietro, controllare, pianificare. Ma la storia sa già dove vuole andare. Bisogna sottomettersi a lei. Bisogna avere il coraggio di non capire per un po'. Di camminare al buio, toccando i mobili.

A volte il testo è già dentro di noi, tutto intero, dall'inizio alla fine, ma non può uscire da solo. Ha bisogno di qualcosa di esterno per manifestarsi. Un palcoscenico. Una voce. Un luogo diverso da quello abituale. Uno sguardo che non è il nostro. Qualcuno che ci dica: prova. E a volte basta un tavolo in una valle, il silenzio giusto, e la compagnia di persone che cercano la stessa cosa, per vedere finalmente ciò che sapevamo già.

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