Intervista televisiva di Giuseppe Nucera a Markus Zohner: “Radio Frankenstein”

Markus Zohner, direttore e fondatore della compagnia teatrale Markus Zohner Arts Company, spiega come lo sviluppo della scienza e della tecnica porti inevitabilmente a domande fondamentali sull’identità umana. Radio Frankenstein, spettacolo realizzato in collaborazione con JRC (Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea), andrà in scena il 29 settembre al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” in occasione del Meet Me Tonight di Milano.

 

Ci sentiamo la stessa persona anche se le nostre cellule si rinnovano in continuazione. Saremo capaci di “aggiustare” il nostro corpo come ripariamo la nostra macchina? Manterremo la nostra identità se stamperemo un nuovo fegato, cuore o cervello?
Radio Frankenstein è una performance artistica che studia le odierne possibilità scientifiche e tecniche di modificare, manipolare e creare corpi umani, proiettandole in un futuro prossimo in cui saremo in grado di trapiantare persino una testa umana su un nuovo corpo.

Già oggi, le stampanti 3D sono in grado di realizzare una calotta cranica, cartilagine e muscoli scheletrici a partire da materiali simili alla plastica e cellule vive di esseri umani, conigli, ratti o topi.

Saremo sempre gli stessi se aggiungeremo qualche terabyte al nostro cervello? Cosa succederà al nostro Sé se trapianteremo la nostra vecchia testa in un corpo giovane? Ciò che apparteneva alla fantasia umana fino a ieri, oggi è diventata realtà.

Perdere la testa e dar corpo a una nuova identità: critica di AZIONE per RADIO FRANKENSTEIN

Perdere la testa e dar corpo a una nuova identità

In scena il nuovo progetto teatrale dell’attore e regista svizzero indaga sulle implicazioni etiche legate ai futuri sviluppi della medicina
/ 18.09.2017
di Giorgio Thoeni

Con il recente debutto al Teatro Foce di Lugano di Radio Frankenstein, la vena creativa di Markus Zohner questa volta è al passo con i tempi e coglie spunto dalla stretta attualità per farci riflettere su un tema che si colloca perfettamente sulla scia del ciclo di approfondimenti «sulle origini del tutto» che il regista e attore da tempo realizza con interviste a tutto campo per la sua Radio Petruska destinata ad ascolti in podcast. L’attualità è quella legata al progetto di Sergio Canavero, il neurochirurgo italiano che vorrebbe trapiantare la testa di un paziente sul corpo di un uomo deceduto per morte cerebrale.

La notizia, che ha il sapore del paradosso, era stata data nel 2015 ma dopo aver fatto il giro del mondo sta ancora facendo discutere la scienza e l’etica soprattutto dopo che sappiamo che l’intervento, battezzato «Heaven» (paradiso), verrà realizzato entro la fine dell’anno in Cina. La nazione ospite sembra infatti aver garantito il suo finanziamento dichiarandosi disponibile a quella delicatissima e costosa operazione (11 milioni di euro, 36 ore di intervento e un’équipe di 150 medici) che, secondo il neurochirurgo, rappresenterebbe il primo passo verso l’immortalità. Una certezza conquistata dopo aver già eseguito il trapianto su nove topi.

Il dibattito che il progetto ha generato, soprattutto sul piano etico e morale, è spesso sfociato in polemiche ma soprattutto ha suggerito un paragone con l’esperimento del dottor Victor Frankenstein, il moderno Prometeo nato dalla fantasia letteraria di Mary Shelley ha ispirato la versione teatrale di Zohner che ha messo in scena con la sua compagnia una sorta di quarta parete subliminale fra pubblico presente in «numerus clausus», una sala operatoria e uno studio radiofonico. Il pubblico viene dapprima invitato a riempire un formulario anonimo rispondendo a domande sul valore del proprio corpo in relazione ai sentimenti, a risvolti venali, al senso del sacrificio. Gli spettatori vengono poi accolti in video da un’empatica operatrice e successivamente prendono posto su sedie allineate sul palcoscenico. Di fronte a loro due speaker enunciano la filosofia di «Radio Frankenstein», «la radio che ti fa essere ciò che sei». I due sono anche i chirurghi alle prese con un’anamnesi sdoppiata fra pubblico e vittima sacrificale, contrario a cedere la testa all’infelice proprietario di un corpo deforme. Andrà verso una nuova identità. E che cosa ci fa essere ciò che siamo? Siamo esseri umani perché abbiamo un cuore e un cervello?

Giocato sulle corde di una fredda ironia, in poco più di un’ora il copione immaginato da Zohner ci smonta i meccanismi di una verità annunciata che entra nel labirinto di un paradosso dove arte e scienza giocano a rimpiattino su qualcosa che, probabilmente, rischia di accadere davvero. Sono bravi tutti. Da Zohner nelle vesti di autore e regista a tutti gli interpreti: Patrizia Barbuiani, Santiago Bello, Luca Domas, Alessandra Francolini, Igor Mamlenkov, David Matthäus Zurbuchen con il designer Sandro Pianetti.

 

RADIO FRANKENSTEIN: New performance by Markus Zohner Arts Company from Markus Zohner on Vimeo.

 

Locandina CAPPUCCETTO INFRAROSSO Markus Zohner Arts Company A3

“Tavolozze teatrali in scena, fra happening e favole”

AZIONE, 29.03.2016

CULTURA E SPETTACOLI

Tavolozze teatrali in scena, fra happening e favole.

di Giorgio Thoeni

Nando Snozzi – un artista appassionato, dunque, che dialoga con i protagonisti della nostra scena regionale, che sa mettersi in relazione anche con i complessi progetti di Markus Zohner che per la rassegna «Home» al Teatro Foce di Lugano ha da poco presentato Cappuccetto infrarosso: una rete di sollecitazioni testuali e ipertestuali per uno spettacolo che, come scrive lo stesso Zohner, “non esisterà mai più”.

“La drammaturgia ci ha lasciati, è volata via, si è alzata ad altri livelli: dov’è la drammaturgia in ognuno di noi?”.
Un discorso prende le mosse dalla ben nota favola della bambina che attraversa il bosco per portare la merenda alla nonna, con tanto di lupo, cacciatore e lieto fine. Un classico della cultura popolare che da Perrault ai Grimm ha attraversato nei secoli le paure più intime e inconsce di ognuno di noi. La Markus Zohner Arts Company ha da qualche anno iniziato un percorso nuovo, originale. Abbandonando i paradigmi di una teatralità scontata, ha iniziato a «contaminare» con altri generi i suoi progetti.

Ecco allora che per il suo Cappuccetto Infrarosso chiama in campo l’intervento pittorico di Snozzi, la parola teatrale «calda» di Patrizia Barbuiani, quella più fredda e didascalica di Luca Massaroli, la lettura italo-tedesca di David Matthäus Zurbuchen, la dimensione recitativa appassionata di Luisella Sala e Alessandro Marchetti, la testimonianza di Roberta Nicolò. Ma anche la musica di Gabriele Marangoni (fisarmonica) composta per il violoncello di Lucia D’Anna e per le voci dei soprani Federica Napoletani e Ayumi Togo. Il tutto distribuito su un palco dove l’unica scenografia, oltre all’installazione pittorica, è rappresentata da una serie di tubi al neon sospesi.

Quella di Zohner è una dimensione teatrale dove la parola ha un peso sostanziale, dove l’intreccio discorsivo attraversa schemi narrativi che ammiccano all’avanguardia, al «nonsense», ma anche alla provocazione letteraria, alla critica sociale, ai riferimenti d’attualità (anche quella triste e tragica più recente), alla psicoanalisi e alle tecniche ipnotiche. Un discorso dal fascino molto letterario con qualche slancio teatrale che il pubblico ha saputo seguire e apprezzare applaudendo la numerosa compagine artistica schierata sul palco.

CAPPUCCETTO INFRAROSSO Markus Zohner Arts Company Photo Patrick Botticchio 1

Un ricco e coraggioso “Cappuccetto Infrarosso”

LA REGIONE, 21.03.2016

RASSEGNA HOME

Un ricco e coraggioso “Cappuccetto infrarosso”
di Giovanni Medolago

“La drammaturgia ci ha lasciati, è volata via, si è alzata ad altri livelli: dove è la drammaturgia nella vita di ognuno di noi?”, dice e si chiede Markus Zohner, il quale ha prodotto “Cappuccetto Infrarosso” con la sua Arts Company luganese. In effetti quello proposto nel weekend scorso allo studio Foce, nell’ambito della Rassegna Home, è uno spettacolo in piena libertà, composito, ricco (una dozzina gli interpreti) e anche coraggioso. 

Perché non era facile mixare la fiaba di Charles Perrault (“Le petit Chaperon rouge”, 1697) in coabitazione coi Fratelli Grimm (“Rotkäppchen”, 1857), con la cronaca anche recentissima – si citano le votazioni del 28 febbraio dello scorso anno.

Ci vuole un certo fegato anche per mettere alla gogna la mamma di Cappuccetto, degna d’essere accusata di abbandono di minore per aver mandato la figliola nel bosco buio senza uno straccio d’avvertimento sui pericoli che la visita alla nonna comporta. C’era un suo diabolico piano per liquidare in un sol colpo, non ci fosse stato quel ficcanaso d’un cacciatore!, mamma e figlia?

Agli attori e ai musicisti sulla scena si affiancano un lettore sistemato in platea, che si esprime in tedesco e in italiano e un anchorman che apre i suoi “TG” aggiornando gli spettatori circa l’universo nel quale si trovano catapultati (“Siamo in uno spazio senza tempo”).

Dallo speaker apprendiamo notizie curiose, vuoi inquietanti: la Smith&Wesson ha raddoppiato i propri ricavi dopo la strage di San Bernardino (California), compiuta da un killer/testimonial impugnando un’arma S&W uscita dalla loro fabbrica nel Connecticut; solo nel 2014 le vittime del terrorismo sono state 34mila, vale a dire dieci 11 settembre messi insieme.

Più vicino a noi, c’è stato chi ha scritto che la strage del novembre scorso a Parigi si deve alla dissolutezza che caratterizza la vita in Occidente: fin quando rigavamo dritti seguendo alla lettera – o quasi – il Vangelo, i musulmani ci rispettavano e solo quando la nostra fede ha ceduto il passo ai piaceri terreni siamo diventati un bersaglio! Rivelazioni che vengono accompagnate sia dai gorgheggi futuristici delle brave soprano (Federica Napoletani e Ayumi Togo) sia dalle note in piena libertà del fisarmonicista Gabriele Marangoni.

La scenografia è minimalista (una ventina di neon verticali a interrompere il nero importante), fatto salvo il gazebo dentro il quale Nando Snozzi disegna una serie di lupi. E sarà proprio il buon Nando a chiudere lo spettacolo irrompendo sulla scena con un tremendo urlo. Liberatorio?