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Patrizia Barbuiani @ PETRUSHKA – The Sense of Life

Patrizia Barbuiani ospite di Markus Zohner @ PETRUSHKA - The Sense of Life

26/10/2013 Lugano, TI (CH) Free

Details

Time : 21:00
Venue : Studio PETRUSHKA
State : TI
Contact Email : contact@email.com
Contact Website : website.com

Patrizia Barbuiani wawawa wawawa wa wawawa

 

Trascrizione Podcast:

Patrizia Barbuiani è attrice, regista, scrittrice. Dopo la regia, in Russia, della sua creazione: “Tre sorelle”, si appresta al debutto del suo nuovo spettacolo “MORS RIDENS”. Sta ultimando il suo secondo romanzo, con il titolo: “La voce”, che dovrebbe essere dato alle stampe l’anno prossimo.

Patrizia Barbuiani negli studi di PETRUSHKA di Lugano, è ospite di Markus Zohner, teatrante, scrittore, fotografo, ovvero teatherman.

M: Ecco, Patrizia, benvenuta nel nostro studio a Lugano: oggi è il 10 noembre del 2012. Sono felice di poter stare qui con te, parlare con te su un tema che in fondo è onnipresente, ci tocca tutti e nessuno lo vuole vedere: la morte. Tu stai lavorando su uno spettacolo, con il titolo “MORS RIDENS”, la morte che ride. Cos’è questa?

P: Allora, saluto tutti. Buongiorno, sono molto felice anch’io di essere per questa conversazione a due. Questa morte che ride…mah…è uno spettacolo che ho ideato così, di getto, all’inizio di quest’anno, ho scritto il testo in parte pi, chiaramente, l’ho rifinito durante le prove. Ho pensato, appunto, ad uno spettacolo comico, perché per trattare un tema come la morte, visto che alle nostre latitudini la morte è comunque piuttosto un tabù, mi sono detta: per avvicinare di sicuro lo spettatore, è più facile avvicinarlo con la comicità che non con la tragedia.

M: Tu trovi che la morte abbia un lato comico?

P: Sì, penso che la morte, come la vita, ha sia un lato comico, che un lato tragico  anche in fondo di risvegliare questa idea perché siamo anche molto abituati a quell’idea che la morte, appunto, siccome è una cosa tragica e siccome è una cosa in cui si piange, perché si pende qualcuno, è qualcosa di pesante, solo nero, solo triste. E invece io ritengo, appunto, che, come la vita, ha anche qualcosa di sicuro comico e ha qualcosa di sicuro ambivalente perché la morte di sicuro è comunque un passaggio e si dice, voglio dire, l’hanno detto tanti filosofi, lo ha detto Gesù e in tante religioni se ne parla, che in fondo la morte è una rinascita, in fondo è il passaggio dalla morte alla vita di nuovo. E nella nostra vita di mori abbiamo, diciamo, la grande morte di livello fisico, la fine della nostra via; ma di morti, piccole morti, come le chiamavano gli Indiani d’America, ne viviamo ogni giorno.

M: In fondo si potrebbe dire che così come la commedia è la sorella della tragedia, in fondo la tragedia ha inerente la morte. Si potrebbe dire che comunque c’è la sorella della tragicità della tragedia, la commedia si potrebbe dire allora che, assolutamente, la morte ha un lato comico. Cioè, in fondo la commedia, senza la tragedia, non potrebbe esistere, come la morte senza la vita non potrebbe esistere.

P: Come la vita senza la morte non può esistere, come la luce senza l’ombra. Appunto, è una dualità e nella dualità ci devono essere per forza le due cose. Ma, diciamo che, per me la scelta di fare uno spettacolo comico – che chiaramente tocca molti argomenti, non è solo comico- però di farne uno spettacolo solo comico, è nata piuttosto dall’idea di portare la tematica al pubblico e di farlo avvicinare, perché se tu inizi a parlare della morte in maniera molto seria e molto tragica, voglio dire, la sala sarà vuota, perché nessuno ha voglia! Già non se ne vuole parlare, già non si affronta l’argomento, già la morte – appunto – non è una problematica che si vuole affrontare nella vita, soprattutto odierna… per cui, per parlarne, una chiave buona credo sia quella della comicità. Ridendo su qualcosa anche di tragico e duro, difficile, come può essere la morte, penso che si riesce anche a… se si riesce a ridere di questo, si riesce anche a rifletterci e ad avere anche un’altra luce sull’argomento.

M: In fondo, la morte è un qualcosa che ci accompagna quotidianamente, in ogni istante. Cioè, in fondo, fa parte tanto della nostra vita, non solo significa la fine della nostra vita, ma c’è dappertutto: no solo la nostra morta, ma la morte “in sé”. Cioè, come tematica, l’abbiamo sempre: leggiamo i giornali, telegiornale, c’è un incidente per strada, ci sono le nostre fantasie, soprattutto anche che ci connettono a questo, c’è la nostra paura anche, ma in fondo la quotidianità della morte. La morte come tema della nostra vita: uno dei tre temi principali, perché veramente ci sono tre temi, o due temi. C’è l’amore, la morte e cosa ancora…? Il potere forse…

P: La Fame!

M: La fame, va bè, non c’era più.

P: Oggi non c’è più. Eh, bè, ma ci sono altri tipi di fame!

M: Sì

P: Comunque di necessità, diciamo, di dipendenza, ecco, che potrebbe esser come argomento. Invece della fame, intesa ai tempi come fame vera, ci sono altri tipi di fame. Sì, ma in fondo, se si pensa che noi siamo una..…. perchè noi ci vediamo come sempre qualcosa di statico, di finito, finito, che non cambia mai; ma se si pensa solo al nostro corpo e se si va a guardare le nostre cellule, quante cellule continuano a morire, quante cellule continuano a trasformarsi e a rinascere. In fondo noi siamo una macchina di continua mote e vita.

M: Io, ultimamente, ho letto che non c’è, nel nostro corpo, nessuna cellula che c’era già alla nostra nascita. Vuol dire che tutto quello che eravamo, veramente, anche di sostanza fisica, è già morto.

P: Esatto. Tutto questo c’è, solo che non c’è una coscienza su questo. Non c’è una coscienza perchè noi abbiamo invece la tendenza, attraverso il cervello e la nostra testa, a cercare di rendere il tutto uguale, identico, statico, perché questo ci porta sicuramente un tipo di sicurezza.

M: Perché la nostra anima si crede intera. Forse anche quello. Perché non abbiamo questo contatto col corpo, di questa morte continua nel corpo, ma noi ci percepiamo più quasi come anima; noi questa anima la percepiamo come qualcosa di esistente, intero ed eterno.

P: Ed eterno, sì. Penso che c’è questa parte nascosta che, in fondo, è molto presente. Purtroppo credo che proprio il fatto di entrare un po’ in contatto con questa anima, che c’è, oggigiorno diventa una cosa quasi impossibile perché siamo talmente stressati dalla vita – e quando non siamo stressati dalla vita diciamo lavorativa, ci stressiamo con tutte le altre cose – e questo non ci permette di, in fondo, entrare in contatto con questa parte invisibile di noi, nella quale la morte è un fattore molto presente.

M: Molto presente e, in fondo, di ogni istante che sta avvenendo continuamente, come la nostra rinascita sta avvenendo continuamente.

P: Sì, se scendiamo al minimo, ogni respiro è una nascita e una morte, se vediamo, se inspiriamo, in fondo è come un qualcosa di vitale che entra e, quando espiriamo, è qualcosa di mortale. Quindi, in fondo, ogni respiro è una presenza mortale.

M: E, ascolta, la comicità e il ridere della morte o con la morte, dove si trova? Dove l’hai trovato? O dove lo cerchi?

P: Mah… La comicità… da un lato io credo che se non ci si prende sul serio, come persone, e si comincia a riuscire a ridere di se stessi e di quello che si fa, si trova, appunto, la comicità, perché in un certo senso non ci si mette più al centro dell’attenzione ma in un certo senso si mette il mondo circostante al centro dell’attenzione. E, la comicità risulta proprio da questa capacità di poter vedere il modo e una lettura, una chiave di lettura, in maniera non seria. Per darti un esempio, a me è successa una cosa abbastanza assurda quando mio papà è morto. Chiaramente c’era la tristezza, per questa mancanza, eccetera, ma il giorno del suo funerale sono accaduti diversi momenti così comici e ilàri, che io ho pensato: se lui fosse qui, sarebbe il primo a riderne. Quindi, penso che è solo una chiave di lettura. Se uno non si lascia solo pendere, appunto, dal serioso, da che tutto è importante, che tutto dev’essere tragico nel momento tragico, si trovano queste chiavi di lettura. E poi io ho fatto anche una ricerca su personaggi, filosofi, che hanno parlato sulla morte anche in maniera comica.

M: Tu pensi che uomini e donne muoiano differentemente?

P: No. Non credo che muoiano differentemente, ma credo che l’approccio alla morte sia diverso. Io sono convinta  che la donna ha un approccio più quasi costante con la morte, che non l’uomo. Ho l’impressione che, diciamo, piuttosto che forse dire “uomo” e “donna”, direi il maschile e il femminile. Penso, appunto, che il femminile è più portato a sentire la morte, ad accettare la morte; mentre il maschile è più portato a sfuggire alla morte, anche perché credo che sia proprio una questione di spessore: il femminile è quello che, in fondo, è a contatto per esempio con la possibilità nel parto di morire, il femminile è a contatto ogni mese con una morte che è quella della mestruazione, mentre il maschile ha in sé la vitalità, la vita, il dare la vita, e quindi c’è una…diciamo… se la donna è più un’accettazione della morte, il maschile è più uno sfuggire alla morte, il superare la morte in fondo di…

M: Procreare..

P: Procreare e quindi sfuggire in un certo senso, attraverso questo, la morte. Penso che l’approccio sia diverso.

M: Forse anche l’approccio… cioè… si potrebbe dire: uno muore come vive. In quel senso la connessione alla vita della parte maschile, della parte femminile, sono diversi. Un po’ come dici tu: la donna molto più legata al corpo, alla fragilità del corpo, anche come dici attraverso il ciclo, ogni mese è come se venisse ributtata già, su sé stessa, e questa cosa, in fondo, al maschio, in questa maniera, non succede. Lui continua a credersi immortale, in un cero senso e non soffre regolarmente questa cosa qui, quel contatto di perdere sangue, che è qualcosa di molto vitale in fondo, di perdere vita, di essere così indebolito. E forse si potrebbe dire: la maniera di vivere circoscrive anche la maniera di morire, di preparazione alla morte di una chiarezza su questa cosa. Forse anche per quello si potrebbe dire – ve bè, questo forse va troppo lontano – guerrieri, tutte queste cose qui, sono molto più nelle mani degli uomini, la guerra e così… perché  c’è un altro tipo di approccio alla vita.

P: Sì, penso anch’io, sì. E’ anche una questione, chiaramente,  di gestioni istintive, da un certo punto via, per il fatto appunto che la donna comunque doveva procreare e, invece, l’uomo in un certo senso no. Quindi, appunto io credo anche il fatto di avere una gravidanza, per una donna, è una cosa importante perché a questo punto della sua vita non è più lei la parte importante, lei diventa appunto la seconda, si ritira e lascia, in fondo, lo spazio a un altro essere; quindi, è quasi disposta a dare la vita per un altro essere. Penso che con questa, diciamo, operazione, naturale così importante entra di sicuro più in contatto con la morte, con più un’accettazione: è pronta a morire per un altro essere che è il bambino che porta nel grembo. L’uomo questo, diciamo, tipo di operazione e di sensibilità, per natura non ce l’ha e quindi il suo gestire l’approccio con la morte è diverso.

M: Anche la sua difesa contro la morte. forse. Ascolta, tu appunto nel tuo spettacolo ridi della morte, ridi con la morte, ridi per la morte. Comunque, c’è la questione della “risata”. Non è anche un po’ questa cosa che come un grande poeta una volta ha detto: “finchè noi possiamo ridere delle cose, del potere, della tortura, della guerra, di quello che ci succede, di noi stessi, abbiamo vinto e siamo vivi”. Vinciamo, in fondo le cose che ci vogliono buttare giù. Se noi possiamo ridere sui potenti, i potenti no hanno potere su di noi, dal momento che noi ridiamo. Diciamo, la morte ha una grande potenza su di noi. Si potrebbe dire che finchè noi riusciamo a ridere di lei, a dire: “ma non far la scema”, a prenderla come un essere anche ridicolo, l’abbiamo vita o riusciamo a vincerla.

P: Sì, penso anch’io sia così. E’ una possibilità in più che abbiamo, sia di riflessione, e poi appunto perché se noi, in un certo senso riusciamo a ridere della morte, siamo noi a ucciderla, in un certo senso, non lei a uccidere noi. E poi c’è anche tutta una valutazione di pensiero sulla morte che riporta molto a ceri tipi di filosofie che guardano la morte appunto come qualcosa che non finisce, ma qualcosa che rinasce. E’ un po’ come vedere la vita di un seme, che cresce, diventa un chicco, diventa pane, poi noi lo mangiamo, diventa alimento, diventa di nuovo escremento, torna nella terra. C’è questa continua rigenerazione che è un po’ il tipo di rigenerazione che noi abbiamo, sia a livello fisico che a livello, soprattutto, emotivo. Perché quello che ci accade di, diciamo, tragedia, nella vita, tra virgolette, di momenti duri o difficili, sono in fondo delle piccole morti e attraverso queste piccole morti noi vediamo che comunque c’è, a parte il momento duro, di difficoltà, poi c’è il momento di riscatto, il momento di rinascita, il momento di liberazione e sono questi i momenti che ci insegnano tantissimo nella vita. Quindi, senza queste piccole morti, non si raggiungono le grandi vette, sia del pensiero che della vita.

M: Quello che spesso mi ha impressionato, leggendo, che popoli cosiddetti primitivi, ma anche in Erodoto, lui parla di popoli degli egiziani, ma anche altri popoli più piccoli, delle tribù che lui ha trovato, che ha visto, che anche lui è rimasto molto impressionato dalla felicità, dalla festa che è fatto quando qualcuno del paese è morto. Cioè, una festa, ma piena di risate, non una festa fasulla o vestirsi in bianco invece che di nero, ma veramente una grande gioia, una festa, un bere, un festeggiare qualcosa per il fatto che questa persona è morta. Chiaramente, la tristezza in questi casi c’è, ma anche lì, ci rimane dietro, chi deve continuare a vivere, se festeggia vince la morte.

P: Lui cita la popolazione dei Trausi, dei Traci, al nord della Grecia, e che appunto, avevano le due feste. Quando nasceva un bambino era come da noi un funerale: cominciavano a piangere, cominciavano a disperarsi, cominciavano a raccontare al neonato: “ma tu non sai cosa ti aspetta, che la vita è dura, ma tu non hai nessuna idea, perché sei venuto? Ma non ti conveniva…? Eccetera”. E’ proprio una litania, piangono e si disperano con il neonato. Quando una persona, invece, muore, è la festa appunto ridono, dicono: “Ah, beato lui che se n’è andato, lui non deve più soffrire” Eccetera. Quindi, appunto, anche lì è una valutazione, una visione interessante di quello che può essere la nascita e può essere la morte e trovo sempre molto interessante quando qualsiasi aspetto, sia della vita che della morte, viene guardato sempre dal lato anche contrario. Cioè, c’è sempre la faccia ma c’è sempre anche la medaglia.

M: L’antifaccia.

P: Esatto. E per me, questa è quasi una chiave di lettura nella vita. Di guardare sempre anche la parte dietro, quella nascosta, perché è quella lì che ti insegna. Perché quella di faccia è quella in cui tu hai il contatto continuo, tutto il giorno.

M: Sembra ovvia.

P: Sì, ma se tu cominci a guardare, a girare, a guardare dietro, lì ci sono accadimenti, insegnamenti delle cose molto interessanti.

M: Si potrebbe dire, in fondo, la cosa più brutta che si può fare, è di non guardare. Cioè’, l’agonia verso la cosa, il pensare o l’illudersi, se non si guarda, se non si pensa, se si evita, questo può essere evitato o non sia una realtà o non diventi una realtà.

P: Purtroppo, appunto, quello che succede nella nostra società è che tutto quello che ha a che fare con la morte è come oscurato, è come velato, cioè non se ne parla: non si parla sulla morte, non si dice nulla sulla morte, quasi non si pronuncia la parola morte, proprio per non entrare in contatto con qualcosa che in fondo è invece parte della vita. C’è una frase che io cito anche nello spettacolo, ne cito molte ma, per esempio, questa di Dudjom Rinpoche che dice: “Il fatto è che tutti stiamo morendo, è solo questione di tempo. Semplicemente alcuni muoiono prima di altri”. Trovo che è veramente una frase chiave perchè, da quando nasciamo, nasciamo per morire. Quindi è una realtà e invece noi facciamo di tutto per non vedere, per non riflettere su questo e quindi è tutta una concatenazione continua di muoversi, di fare, di isolarsi, di entrare appunto in uno stress continuo, perché il fondo è lì la piaga, è lì il punto debole, è lì la paura. E la nostra società di oggi, fa di tutto per non parlare della morte, per non parlare dell’invecchiare. E’ tutto è, in fondo, organizzato, pianificato, perché la vecchiaia non ci sia e la morte non ci sia: perché tutte queste cose non sono da vedere e sono cose su cui non si deve riflettere.

M: E si potrebbe perfino dire che tutta la pazzia della nostra società, tutto il consumo di merda, tutta la televisione, tutto questo distrarsi: i giochini, i video.. tutta quella roba che esiste, lo shopping, le macchine, i leasing, tutta quella roba che fa andare la nostra economia, però in realtà esiste per oscurare la vista sulla mote perché, se no ci fosse quello, la gente ha il sentimento che non c’è niente, c’è il vuoto e il vuoto è la morte.

P: Esatto.

M: Cioè, se non va a fare shopping, non beve o se non guarda la televisione dopo il lavoro. Cosa succede se un viene a casa dal lavoro e non guarda la tele, e non guarda internet, e non guarda Facebook e tutte queste coglionate? Cosa succede?

P: Si ritrova faccia a faccia con la vita che, tra virgolette, non vive e con la morte. E con, per esempio, una cosa che avviene nella nostra società, completamente violata trovo, per esempio è il silenzio. Il silenzio non esiste, il silenzio è qualcosa che è bandito dalla nostra società, in ogni caso, c’è sempre musica, c’è sempre rumore, ci sono sempre le radio private, è un continuo subissare le persone di queste cose, pur di coprire il silenzio, perché il silenzio è come il vuoto: è qualcosa che ti fa, in fondo, scendere a un contatto con te stesso e il contatto con te stesso va verso qualcosa che è la morte. E quindi tutto questo è da bandire, e per questo che si continua a subissare le persone con tutte queste armi, tra virgolette, per evitare di entrare in contatto con queste riflessioni.

M: Tu vuoi morire?

P: Ah bè, sì, certo, prima o poi arriverà. Penso che, è chiaro che uno dice: “Ah, no, la morte! Non vorrei mai morire! Figurati, con tutto quello che ho da fare, con tutti i progetti e i pensieri. Ma io penso che se una persona fa una vita, tra virgolette, giusta se, in un certo senso, ha una coscienza pulita, potrebbe morire in ogni istante, quindi, non deve niente a nessuno, né alla società, né ad altre persone. E un altro tipo di lavoro per affrontare la morte, penso, in una maniera armonica è anche quello di non essere attaccato alle cose fisiche, in generale: meno dipendenze uno ha, più secondo me p pronto a morire. Perché non voglio morire? Ah, perché non voglio perdere la casa, e poi i figli… ci attacchiamo continuamente a qualcosa per non morire, quindi: “Ho questo progetto, poi voglio far questo…”. Penso che un grande sintomo di questa nostra società, che è legato al fattore del morire, è che noi proiettiamo continuamente o verso il futuro, oppure ci rivolgiamo al passato e non siamo mai nel presente. Perché il presente é morte, il futuro é sfuggire alla morte e il passato fa parte della vita. Quindi, queste sono un po’ le catene che ci mettiamo per evitare tutto questo. E’ chiaro che, comunque, la morte fa paura, non si vorrebbe mai morire; pero’ se mi immagino che potessi essere immortale, mi direi: “No, grazie”. A un certo punto ci vuole una fine, altrimenti….

M: Forse l’unica cosa che é veramento peccato di perdere con la morte, é la bellezza della vita, la vera vita: l-amere, il camminare, l’essere con delle buone persone, il leggere, la cultura. Cioé, quello che veramente é la vita BELLA.

P: Ma, la domanda é: “Le perdi con la morte?”. Io non penso.

M: Forse non si perde, esatto. Ma questo forse é la malinconia piu’ grande che una ha, che io sento. Non mi frega niente delle cose, ma di un tipo di bellezza, di esssere sani, di vedere tutto quanto, di imparare tutte queste cose, di poter leggere tutto quanto. Questo, se finisce, mi dispiacerebbe. La domanda é vera: finisce o no? Ma é li’ per me, personalmente, l’unico punto cruciale, diciamo.

P: Si’, ma penso che anche il fatto di avere questi pensieri e questi tipi di nostalgie, é di nuovo eprché ci si attacca, in un certo senso, a qualcosa che si é vissuto. Ok, é vissuto, fantasticamente vissuto, bello di averlo provato: basta!

M: Si, basta. Appunto, di essere pronti a dire basta e di mollare questo, penso che ci vuole una grandezza interiore, che forse bisogna arrivarci, bisogna tentare di arrivare a questa grandezza interiore di dire: “Si’, l’ho avuto, ho vissuto, sarebbe bello che continuasse, pero’ é anche giusto che finisce. Si’, forse é questo lo scopo della vita, di raggiungere questa grandezza di poter dire: “Ok, that’s it!”.

P: Esatto!

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