La cosa meravigliosa è che la luce è invisibile.
Fotografiamo, pensiamo in luce e in ombra, a colori, in bianco, o in nero, in negativi e in positivi.
È la materia prima per il fotografo, la luce, l’etere che lo nutre, il liquido che lo disseta, è il flusso che lui cura e che cura lui, è la ragione per tutte le sue ricerche, è la sua prima materia, il suo elemento più elementare, è la massa che determina tutti i suoi movimenti, i suoi pensieri, è la chiarezza che lo segue perfino nel buio del suo sonno più profondo.
La cerca, la rincorre, la produce, la predice.
La Luce.
Ma rimane invisibile.
Attraversa lo spazio, il tempo, ci giunge dall’orizzonte del nostro universo, ci giunge dalla stella del nostro sistema solare, ci giunge dalla lampadina a risparmio sopra il tavolo in cucina. Ma non la vediamo.
Solo nel momento in cui i fotoni si schiantano, arrivando alla loro meta, o nel punto della loro emissione dando forma, colore, presenza, diventano percepibili.
Pennello enorme e invisibile, la luce dipinge la materia e la fa diventare visibile, lui stesso rimanendo per sempre nel suo nascondiglio etereo.
La Luce.
Un enigma per l’uomo da sempre, e ancora oggi ci possiamo soltanto avvicinare all’essenza del suo esistere.
È materia? Sono onde? Tutti e due probabilmente, è energia, questo è chiaro come il sole, è energia come tutto.
È radiazione, oscilla con una frequenza fra i 789 THz ai 384 THz. È veloce, 299 792 458 metri al secondo.
È la più veloce di tutti in assoluto, almeno nel nostro universo. 
Eccetto Muhammed Alì, ovviamente, il pugile più grande di tutti i tempi. Lui era così veloce, che spegneva la luce in camera ed era sdraiato a letto prima che fosse buio.
 
Fotografando hai soltanto due possibilità di captarla. Laddove incontra superficie o alla sua nascita laddove viene prodotta, emessa, alla sua fonte, fontana, al suo punto di partenza.
 
Una delle godurie più grandi della vita è che tutto è relativo, che tutto si muove, che la velocità delle cose dipende sempre e soltanto dal punto da dove guardi.
La forma delle cose, la loro grandezza, il loro valore non esistono. Ovvero esistono COME le vedi. L’unica domanda è dove sei tu.
Abbiamo un unico chiodo al quale appendere il tutto, un’unica misura assoluta: la velocità della luce.
Per il resto, siamo felicemente persi in uno spazio le quali misure, tempo e dimensioni dipendono unicamente dal punto di vista. E dalla velocità con la quale ci muoviamo.
Nessuna certezza, nessuna misura, nessuna chiarezza. Mai.
Soltanto una rete di coordinate elastiche come fili di saliva di un orso universale che se la ride a squarciagola.
 
Luci.
 
Non stanno mai ferme. O ti muovi verso di loro / ti allontani, o si muovono loro verso di te / si allontanano.
La staticità delle luci è sempre e soltanto apparente. Volerle fermare sarebbe una bugia.
Si stagliano, vogliono guidarti, ma ti confondono occhio e anima e ti fanno sballare.
Il tentativo di fotografarle è darle il tempo di fermare il loro movimento.
 
La serie LIGHTS è stata fotografata nel 2009, durante la mia camminata da Venezia a San Pietroburgo. 
Le foto sono nate il Lettonia, in Lituania e in Estonia, verso la fine del mio viaggio, arrivato al Mar Baltico, in luce estiva, e dopo aver attraversato l’Europa, camminando per oltre 3’000 chilometri.
Il mondo si stava sciogliendo, si stava disfando nei suoi elementi, disintegrando nelle sue sostanze primarie, montagne, pianure, fiumi e boschi attraversati erano diventati particelle della mia esistenza, ogni passo un ricordo indelebile nelle cellule del mio corpo.
 
Arrivando nei paesi baltici, tutto quello che prima  era stato un mondo rigido e chiaro di linee rette e di confini delineati, attraverso tre milioni e passa di passi era diventato un universo in movimento, visto attraverso occhi girovaganti, e amalgamato attraverso ossa e muscoli in un continuo inciampare.
O erano le luci delle giostre, dei bar, delle automobili nei mondi nordici, incontrate nelle notti estive, che erano in continuo movimento sotto un cielo trasparente come le voci delle sirene.
O ero io che continuavo a muovermi, ad inciampare, a cercare, rincorrendo queste luci, cercando qualcosa per aggrapparmi, per afferrarmi, disperato di riprendere sotto controllo le mie vertigini, di stare in piedi o di tentare almeno di non disintegrarmi completamente in questo universo che stava sciogliendosi davanti ai miei occhi.
 
 
Creando la serie LIGHTS, ho lavorato con materiale analogico, dunque con pellicola negativa a colori di medio formato, e con macchine fotografiche che permettevano una relazione il più soggettiva possibile, che diventavano un prolungamento non solo della mia vista, di una mia percezione, ma di un mio stato d’animo, di un mio essere.
 

 
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