ADESSO ONLINE IL NUOVO PODCAST: Markus Zohner incontra Romolo Nottaris | Z>ACT 2017 | LA CRERAZIONE DEL MONDO 17-23 luglio 2017 | LA STIRATRICE di Patrizia Barbuiani |

 

ADESSO ONLINE IL NUOVO PODCAST: Markus Zohner incontra Romolo Nottaris | Z>ACT 2017 | LA CRERAZIONE DEL MONDO 17-23 luglio 2017 | LA STIRATRICE di Patrizia Barbuiani |

 

Lugano, 30 aprile  2017
 

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SE LA MONTAGNA NON VA A MAOMETTO… MARKUS ZOHNER INCONTRA ROMOLO NOTTARIS, ALPINISTA.

È ONLINE IL NUOVO PODCAST DELLA SERIE

ARTE | SCIENZA | VITA:

 

SE LA MONTAGNA NON VA A MAOMETTO… 

MARKUS ZOHNER INCONTRA ROMOLO NOTTARIS, ALPINISTA.

RADIO PETRUSKA, in collaborazione con la Città di Lugano, è felice di aprire le porte alle registrazioni radiofoniche di otto incontri di Markus Zohner con personaggi del mondo della scienza, dell’arte e della vita culturale.

 

​Nella settima puntata della serie “La Creazione del Mondo Arte | Scienza | Vita”, registrata il 1° febbraio 2016 a Lugano, si parla della necessità di partire. Di vedere, di capire, di respirare. La ricerca dei limiti del mondo. Che sono i nostri limiti.

 

La conquista. La perdita.

Paiono ferme eppur si muovono.

Delimitano per essere superate.

Oltre un limite un altro limite.

Cosa c’è oltre la vetta?

È vero che il segreto degli Dei viene sussurrato in cima alle montagna?

Esiste l’uomo delle nevi?

 

Dal Ticino all’Himalaya e al resto del mondo creando un nuovo approccio di viaggio, di sfida sportiva, di stile di vita.

Un nomade in continuo cammino nelle zone più disparate del continente, laddove vi sono montagne da esplorare e vivificare.

La partenza. L’ignoto. La scoperta del mondo. La libertà. Cercare per trovare per cercare per trovare per cercare per cercare.

 

Ascolta adesso comodamente sull’APP gratuita di RADIO PETRUSKA. Tutte le info QUI

Aperte le iscrizioni: LA CREATIVITÀ DELL’ATTIMO – CORSO INTENSIVO CON MARKUS ZOHNER Z>ACT 2017 dal 24-28 luglio 2017 a Lugano

ANNIVERSARIO 2017: 30 ANNI MARKUS ZOHNER ARTS COMPANY

Aperte le iscrizioni:

LA CREATIVITÀ DELL’ATTIMO – CORSO INTENSIVO CON MARKUS ZOHNER

Z>ACT 2017 dal 24-28 luglio 2017 a Lugano

RICERCA DELLA PROPRIA CREATIVITÀ, SUL LINGUAGGIO DEL CORPO E LA COMUNICAZIONE, CON MARKUS ZOHNER

 

Questo corso è adatto a tutte le persone interessate al teatro, principianti e non che svolgono qualsiasi professione e si basa sulla ricerca della propria creatività, sul linguaggio del corpo e la comunicazione.

Ogni partecipante svilupperà attraverso la tecnica dell’improvvisazione teatrale e il movimento corporeo una base e una comprensione del lavoro dell’attore.

Attraverso esercizi pratici di concentrazione, ritmo, abilità, percezione del tempo e dello spazio si raggiunge una maggiore padronanza del proprio corpo e della propria presenza individuale che verranno guidate in improvvisazioni individuali, a due o tre persone, a gruppi.

Partendo dal puro e semplice movimento, dalla ricerca di uno stato espressivo e passando poi alla parola si svilupperanno personaggi che daranno vita a storie drammatiche, comiche, assurde.

Informazioni e iscrizione

SAVE THE DATE: Sette nuovi incontri LA CREAZIONE DEL MONDO al Longlake Festival Lugano: 17 - 23 luglio 2017
ANNIVERSARIO 2017: 30 ANNI MARKUS ZOHNER ARTS COMPANY
SAVE THE DATE: Sette nuovi incontri LA CREAZIONE DEL MONDO al Longlake Festival Lugano: 17 – 23 luglio 2017

Dopo il racconto della storia Dal Big Bang al Pensiero Umano nel 2015 e la serie della scorsa estate L’EVOLUZIONE DELL’UOMO, anche quest’anno la Markus Zohner Arts Company prosegue il suo progetto teatrale e culturale pluriennale in un nuovo ciclo di sette incontri LA CREAZIONE DEL MONDO.

Sognare di raccontare la storia più grandiosa. Immergersi in mari di domande, le cui risposte generano altri mari. Cercare di capire, di vedere, di afferrare, di intuire. Il desiderio di captare delle idee, di intravedere delle risposte, di scoprire delle tracce.
La speranza di illuminare, con queste nostre minuscole torce di pensiero e fantasia, l’infinità di quello che c’è stato, dei fenomeni che hanno fatto nascere il mondo, i continui sviluppi che ci hanno portato ad oggi, al qui e ora, a questo punto d’incrocio fra passato e futuro. A questo meraviglioso momento che ci permette di pensare, di discutere, di riflettere.
„La stiratrice“, il nuovo romanzo di Patrizia Barbuiani
„La stiratrice“, disponibile il romanzo di Patrizia Barbuiani

L’incontro fatale fra uno scrittore famoso in piena crisi artistica e una donna enigmatica fa da sfondo a un intreccio singolare, in cui si incastrano, come scatole cinesi, racconti, pensieri, intuizioni, folgorazioni.
Il fascino sensuale della stiratrice, le sue splendide mani affusolate ed eburnee, la sua personale visione della vita, il mistero delle sue scelte anomale conquistano l’artista che rimane invischiato in una morbosa curiosità.
Mentre la donna rifugge le sue attenzioni galanti per ragioni segrete, lo scrittore attraverso quell’incontro passionale ritrova l’ispirazione per creare un nuovo romanzo.
Una trama sorprendente che tocca con vibranti toni poetici e ironica osservazione temi delicati quali l‘amore, la creazione, l‘ispirazione, la morte. Una storia sulla vita, accattivante, intelligente, dolce, provocante. Un romanzo meraviglioso.” Prof. Rodolfo Bianchi
 
Il libro può essere ordinato via email e viene inviato senza spese di spedizione: info@fizzo.ch

 

FOTOGRAFIE DAI NOSTRI VIAGGI, DALLE PROVE E DAGLI EVENTI!
LA PAROLA – IMMAGINAZIONE TEATRALE. MARKUS ZOHNER INCONTRA JEAN-MARTIN ROY, MAESTRO DI CREAZIONE TEATRALE.

LA PAROLA – IMMAGINAZIONE TEATRALE. 

MARKUS ZOHNER INCONTRA JEAN-MARTIN ROY, MAESTRO DI CREAZIONE TEATRALE. 

Incontrare Jean-Martin Roy è incontrare uno dei miei maestri più importanti.
Il suo insegnameno, in un momento cruciale della mia vita, mi ha aperto le porte al mondo infinitamente ricco della creazione teatrale.
La nascita della parola dal corpo e dalla voce, gli stretti legami fra immaginazione e espressione, le connessioni fra immaginazione, immagine, sentimento, suono e parola.
E la verità, la sua verità, la verità della persona, del personaggio. E la verità dell’attimo.
Che felicità, dopo tanti anni di lavori teatrali in tutto il mondo, re-incontrare Jean-Martin Roy, e immergermi, insieme a lui, in un mondo di pensieri sul teatro, sulla creazione, sulla fantasia, sulla parola, sull’uomo.
Ascolta subito!

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La rivoluzione radiofonica in Ticino è iniziata: RADIO PETRUSKA, il primo podcast culturale indipendente della Svizzera Italiana arriva nelle tasche dei Ticinesi: scaricando la nuovissima APP di RADIO PETRUSKA sul tuo telefonino hai il ricevitore radiofonico del futuro sempre con te.
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CREARE UN MONDO DI TEATRO IN TICINO. MARKUS ZOHNER INCONTRA VANIA LURASCHI, ORGANIZZATRICE DI TEATRO.

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ARTE | SCIENZA | VITA:

 

MICROSCOPIO SULLA POVERTÀ IN TICINO. MARKUS ZOHNER INCONTRA FRA MARTINO DOTTA, FRATE CAPPUCCINO

Povertà. In Svizzera. In Ticino. A Lugano.

Come nasce la povertà in un paese dei più ricchi del mondo? Esiste un mondo parallelo in Ticino, una società invisibile, uno strato di poveri? Ci sono persone che fanno la fame? Cosa sono le ragioni per la povertà, e quali possono essere i rimedi?

 

Tavolino apparecchiati! E d’incanto la tavola si imbandì di ogni prelibatezza. Ai tempi dei fratelli Grimm si faceva così, oggi ci pensa un frate cappuccino a sfamare i poveri del Ticino con il suo Tavolino Magico. Fra Martino Dotta ha creato un mondo alimentare e di solidarietà che si è diramato in tutto il Cantone.

 

Markus Zohner incontra un uomo di fede e di terrena autenticità.

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© 2017 Markus Zohner Arts Company / RADIO PETRUSKA, Lugano

 

La serie di fotografie LIGHTS, raccontata da Markus Zohner

La cosa meravigliosa è che la luce è invisibile.
Fotografiamo, pensiamo in luce e in ombra, a colori, in bianco, o in nero, in negativi e in positivi.
È la materia prima per il fotografo, la luce, l’etere che lo nutre, il liquido che lo disseta, è il flusso che lui cura e che cura lui, è la ragione per tutte le sue ricerche, è la sua prima materia, il suo elemento più elementare, è la massa che determina tutti i suoi movimenti, i suoi pensieri, è la chiarezza che lo segue perfino nel buio del suo sonno più profondo.
La cerca, la rincorre, la produce, la predice.
La Luce.
Ma rimane invisibile.
Attraversa lo spazio, il tempo, ci giunge dall’orizzonte del nostro universo, ci giunge dalla stella del nostro sistema solare, ci giunge dalla lampadina a risparmio sopra il tavolo in cucina. Ma non la vediamo.
Solo nel momento in cui i fotoni si schiantano, arrivando alla loro meta, o nel punto della loro emissione dando forma, colore, presenza, diventano percepibili.
Pennello enorme e invisibile, la luce dipinge la materia e la fa diventare visibile, lui stesso rimanendo per sempre nel suo nascondiglio etereo.
La Luce.
Un enigma per l’uomo da sempre, e ancora oggi ci possiamo soltanto avvicinare all’essenza del suo esistere.
È materia? Sono onde? Tutti e due probabilmente, è energia, questo è chiaro come il sole, è energia come tutto.
È radiazione, oscilla con una frequenza fra i 789 THz ai 384 THz. È veloce, 299 792 458 metri al secondo.
È la più veloce di tutti in assoluto, almeno nel nostro universo. 
Eccetto Muhammed Alì, ovviamente, il pugile più grande di tutti i tempi. Lui era così veloce, che spegneva la luce in camera ed era sdraiato a letto prima che fosse buio.
 
Fotografando hai soltanto due possibilità di captarla. Laddove incontra superficie o alla sua nascita laddove viene prodotta, emessa, alla sua fonte, fontana, al suo punto di partenza.
 
Una delle godurie più grandi della vita è che tutto è relativo, che tutto si muove, che la velocità delle cose dipende sempre e soltanto dal punto da dove guardi.
La forma delle cose, la loro grandezza, il loro valore non esistono. Ovvero esistono COME le vedi. L’unica domanda è dove sei tu.
Abbiamo un unico chiodo al quale appendere il tutto, un’unica misura assoluta: la velocità della luce.
Per il resto, siamo felicemente persi in uno spazio le quali misure, tempo e dimensioni dipendono unicamente dal punto di vista. E dalla velocità con la quale ci muoviamo.
Nessuna certezza, nessuna misura, nessuna chiarezza. Mai.
Soltanto una rete di coordinate elastiche come fili di saliva di un orso universale che se la ride a squarciagola.
 
Luci.
 
Non stanno mai ferme. O ti muovi verso di loro / ti allontani, o si muovono loro verso di te / si allontanano.
La staticità delle luci è sempre e soltanto apparente. Volerle fermare sarebbe una bugia.
Si stagliano, vogliono guidarti, ma ti confondono occhio e anima e ti fanno sballare.
Il tentativo di fotografarle è darle il tempo di fermare il loro movimento.
 
La serie LIGHTS è stata fotografata nel 2009, durante la mia camminata da Venezia a San Pietroburgo. 
Le foto sono nate il Lettonia, in Lituania e in Estonia, verso la fine del mio viaggio, arrivato al Mar Baltico, in luce estiva, e dopo aver attraversato l’Europa, camminando per oltre 3’000 chilometri.
Il mondo si stava sciogliendo, si stava disfando nei suoi elementi, disintegrando nelle sue sostanze primarie, montagne, pianure, fiumi e boschi attraversati erano diventati particelle della mia esistenza, ogni passo un ricordo indelebile nelle cellule del mio corpo.
 
Arrivando nei paesi baltici, tutto quello che prima  era stato un mondo rigido e chiaro di linee rette e di confini delineati, attraverso tre milioni e passa di passi era diventato un universo in movimento, visto attraverso occhi girovaganti, e amalgamato attraverso ossa e muscoli in un continuo inciampare.
O erano le luci delle giostre, dei bar, delle automobili nei mondi nordici, incontrate nelle notti estive, che erano in continuo movimento sotto un cielo trasparente come le voci delle sirene.
O ero io che continuavo a muovermi, ad inciampare, a cercare, rincorrendo queste luci, cercando qualcosa per aggrapparmi, per afferrarmi, disperato di riprendere sotto controllo le mie vertigini, di stare in piedi o di tentare almeno di non disintegrarmi completamente in questo universo che stava sciogliendosi davanti ai miei occhi.
 
 
Creando la serie LIGHTS, ho lavorato con materiale analogico, dunque con pellicola negativa a colori di medio formato, e con macchine fotografiche che permettevano una relazione il più soggettiva possibile, che diventavano un prolungamento non solo della mia vista, di una mia percezione, ma di un mio stato d’animo, di un mio essere.
 

 
Novgorod Mali Theatre Markus Zohner NZZ

Alter Baum mit jungen Zweigen – Das König-Festival für junges Theater in Nowgorod

Entgegen ihrem Namen ist die Stadt Nowgorod (zu Deutsch: die neue Stadt) sehr alt: als Siedlung wird sie um 850 erwähnt; vom 11. bis zum 15. Jahrhundert öffnete sie als Hauptstadt eines riesigen Staatsgebildes von der Ostsee bis zum Weissen Meer und vom Ural bis zum Grossfürstentum Litauen ein Fenster nach Europa. – Die in Lugano stationierte Markus-Zohner-Theater-Compagnie war in Nowgorod zu Gast: «Neu» sind dort heute, im Vergleich zu grossen Teilen Russlands, die Theaterformen.


 

Ihr seid müde? Wir Russen sind nie müde – wir können arbeiten, arbeiten, arbeiten. Nur die, die aus dem Westen kommen, sagen: Wie müde ich bin. Einen Russen habe ich das nie sagen hören!

Hier in Nowgorod, 180 Kilometer südöstlich von St. Petersburg, hat der Himmel die hohe, durchsichtige, baltische Bläue. Dreieinhalb Stunden fährt man von St. Petersburg, immer geradeaus, immer Richtung Moskau, immer durch diese russische Landschaft, die tatsächlich unendlich scheint. Ab und zu ein Marktflecken, Dörfer aus windschiefen Holzhäusern. Irgendwann dann Industrie, die zu Wohnquartieren wird, Nowgorod, auf Deutsch: die neue Stadt.

Ja, müde. Vor Sonnenaufgang Lugano verlassen, Schneesturm in Zürich, besorgte Gesichter im Flugzeug, als die Pilotin nach Stunden des Wartens in den matschigen Himmel abhob. Müde; aber vielleicht können wir doch noch das Theater anschauen, mit dem Techniker die Notwendigkeiten für unsere Vorstellungen durchgehen, über das Festival sprechen . . . Nadezhda lacht.

Nadezhda, auf Deutsch: die Hoffnung.

Sie ist Direktorin des Mali-Theaters, des «Kleintheaters» von Nowgorod. Zweifelnde Schweizer Gesichter: Was bitte ist hier klein? Fast 400 Zuschauer passen in den Saal, auf der Bühne könnte man problemlos einen Tennisplatz einrichten. Wieder lacht Nadezhda: Es ist klein im Vergleich zum Drama-Theater, dem grossen Haus, dem Betongebilde, das über 1000 Zuschauer fasst, mit einer Bühne wie ein Fussballplatz und einer grossen, alten Schauspieltruppe. Das Mali-Theater ist jung. 1990 gegründet von Nadezhda Alexeeva und von der Stadt getragen, mit einer dreizehnköpfigen Truppe, deren ältestes Mitglied gerade die vierzig überschritten hat. Junge Spieler, die auf der Suche sind, begierig nach Neuem, hungrig nach Austausch, Kontakt mit Fremdem, Anderem.

Das Gewicht der Tradition

Auch das König-Festival für junges Theater ist anders: Kleiner als vergleichbare Festivals in Jekaterinburg oder Samara, hat es nicht den Anspruch, das gesamte junge Theater Russlands zu zeigen und den Theaterinteressierten einen einwöchigen und fast schlaflosen Theatermarathon zu bieten, sondern bleibt überschaubar – man kennt und grüsst sich, sieht sich wieder, kommt ins Gespräch.

Dennoch versammeln sich in Nowgorod die Theater aus allen Ecken des Riesenlandes, reisen sie sogar vier Tage aus Nyagan inmitten der russischen Taiga und nicht unweit vom nördlichen Polarkreis an, um am Festival teilzunehmen. Aber hier sind sie ausgewählt, handverlesen: junge Regisseure, die neue Wege gehen, Theater, die die eingefahrenen klassischen Strassen verlassen. Es geht um die Suche. Nowgorod, die neue Stadt.

Das Theater in Russland ist wie ein enormer Baum: tief verwurzelt in der Kultur des Landes und in der Seele der Menschen, mit alter, knorriger Rinde, ein Stamm wertvollsten Holzes, nur noch langsam wachsend, spärlich junges Holz treibend, berechenbar blühend, imponierend und den Wildwuchs in anderen Ländern müde belächelnd. Spricht man mit russischen Regisseuren von Theater, ist Stanislawski gemeint, sein methodisches System der Schauspielkunst ist mehr als Gesetz, fast heilige Schrift. Russisches Theater ist Stanislawski, und Stanislawski ist russisches Theater. Hier liegt eines der grössten Probleme, einer der Gründe, weshalb dieses Theater uns so seltsam alt anmutet, ein melancholisches Seufzen der Grossmutter, die sich an ihren ersten Liebhaber erinnert: Wie jede Methode ist auch diejenige Stanislawskis abhängig von ihrer menschlichen Umsetzung, von der Übersetzung der vor langem geschriebenen Worte in heutige Taten.

Regisseure in Russland sind Priester der grossen russischen Theatergötter: Tschechow, Puschkin, Gogol, Tolstoi, Turgenjew. Sie sprechen und handeln im Namen dieser Genies; und ihre Texte so treu wie möglich nach Stanislawskis Methode auf die Bühne zu bringen – was immer das heissen mag -, sehen sie als heilige Pflicht. «Das ist nicht Tschechow!», schimpft ein Regisseur laut, wenn der Schauspieler in den Proben einen Hut aufsetzt statt der vorgeschriebenen Mütze.

Doch der Regisseur, alleiniger Eingeweihter, ist nicht wirklich frei, sondern agiert wie ein Monarch von Gottes Gnaden, der willkürlich handelt, sich aber in diesem Handeln ständig auf die grossen alten Götter beruft. Das Ergebnis ist purer Chauvinismus. Die Regisseure in Russland sind, wie die Priester in den grossen Religionen der Welt, ausnahmslos Männer.

Lust am Spiel

Fast ausnahmslos: Nadezhda ist eine der ganz wenigen Frauen, die nicht nur Regie führen, sondern dazu noch die künstlerische Leitung eines Theaters übernommen haben. Und man sieht ihren Aufführungen an, dass hier eine andere Freiheit herrscht, ein anderer, neuer Geist weht: Theater ist auch Spiel. Aufführungen für Kinder zum Beispiel werden intelligent gemacht und bereiten Gross und Klein wirkliche Freude. Während in Jekaterinburg «Marquis de Sade» für Jugendliche aufgeführt wurde und nach der dritten Pause und dreieinhalb Stunden von den 600 nur mehr 16 Zuschauer im Saal waren, ist in Nowgorod das Theater überfüllt bei der Mali- Theater-Produktion «Der Zauberschatz» von Petr Malyarewski. Kinder wie Erwachsene sind glücklich über die Freude der Schauspieler, über das Vergnügen der Inszenierung, über die Kostüme der Palastwachen, die wunderbar Angst machen.

Nadezhda sagt, sie werde sehr angegriffen von Kollegen wegen dieser Produktion: Der japanisierende Stil der Inszenierung ist völlig frei erfunden, aus theatralischen Assoziationen entstanden statt aus akademischem Studium – man merkt den Schauspielern den Spass an, japanische Lautmalerei zu kreieren, ihre Figuren phantasiejapanisch gehen, sitzen, kämpfen zu lassen; und man spürt, dass hier, zart und unendlich wertvoll, ein Element wieder auftaucht, das heute im russischen Theater sicher nicht durch Stanislawski, doch durch die häufig so verbissene Umsetzung seiner Theorie beinahe verloren gegangen ist: das Spiel. Hier spielen die Schauspieler vergnügt mit ihren Figuren, die Truppe spielt mit der Truppe, die Regisseurin spielt mit dem Stoff, mit dem Text, mit Kostümen und den Schauspielern.

Glückliche kleine und grosse Gesichter verlassen nach endlosem Applaus und Jubel den Saal, und glückliche Spieler stehen dort oben auf der Bühne, verbeugen sich wieder und wieder.

Das Theater hat sich über Jahrzehnte kaum entwickelt in Russland. Seit ein paar Jahren indessen ist Bewegung zu spüren. Eine freie Theaterlandschaft in unserem Sinne existiert zwar noch kaum; die Entwicklung muss im Innern der vorhandenen Strukturen ablaufen. Aber neuerdings wagen junge Regisseure kleine, häufig zaghafte Schritte weg von einem überalterten, verknöcherten System, spriessen junge Pflanzen zwischen mächtigen Steinblöcken hervor.

Frauen wie Nadezhda haben es nicht leicht: Ihre Versuche, neue Wege zu gehen, werden von Kritikern und Kollegen immer wieder harsch angegriffen. Als Frau auf reinem Männerterrain wird sie halb ignoriert, halb belächelt. Doch ihr Theater ist voll, ihre Compagnie geschlossen und hervorragend eingespielt, ihr Festival wächst; und die grossen, alten Traditionen werden hier bereichert mit Lust an Spiel und einer Suche nach Unkonventionellem. Noch findet keine Revolution statt – doch dem grossen, alten Baum werden hie und da junge, neue Zweige in die knorrige Rinde gesetzt, die andere Blüten tragen, frisch und unberechenbar.

«Erinnere Dich», ruft Nadezhda zum Abschied und lacht, «die Hoffnung stirbt immer zuletzt!»

Markus Zohner

 

(Dieser Artikel ist am 20. August 2001 in der Neuen Zürcher Zeitung erschienen, PDF hier)

Independent_Theatre_2_1998_Markus_Zohner_Arts_Company_Interview_Rolf_Boysen_NOTV

Interview mit Rolf Boysen in INDEPENDENT THEATRE N° 2

Im Jahr 1998 haben wir den grossen Schauspieler Rolf Boysen zu einem Gespräch in München getroffen. Das Interview wurde in der Zeitschrift INDEPENDENT THEATRE gedruckt. Hier die Ausgabe als PDF.

Der Beginn des Artikels:

Rolf Boysen, 1920 in Flensburg geboren und seit 1978 (wieder) an den Münchner Kammerspielen engagiert, gehört zu den wichtigsten Schauspielern des deutschsprachigen Raumes.

Eine Vielzahl von Rollen hat er in seinem langen Theaterleben gespielt, hat mit Regisseuren wie Kortner, Lietzau, Dorn, Piscator, Schweikart und Langhoff gearbeitet.
Jemand hat einmal gesagt, gute Schauspieler seien wie guter Wein; sind sie schon gut in jungen Jahren, werden sie im Laufe der Zeit beständig besser.

Wir hatten, aus Geburtsgründen, nicht die Gelegenheit, Boysen als jungen Schauspieler zu sehen; jetzt aber ist es für uns jedes Mal eine Sensation, ihn zu erleben. Es gibt keinen Schauspieler, der mehr fasziniert: Sprache wird zu Bild, Worte bilden Raum; Rhythmus, Kraft, Energie verdichten sich zu einem Leuchten, das dem Zuschauer Türen öffnet, wo er niemals welche vermutet hätte. Ob als König Lear, Borkman, als Dorfrichter Adam oder als Amenhotep in Achternbuschs Meine Grabinschrift: Wenn Rolf Boysen auf der Bühne steht, werden Sprache und Körper zu einer Einheit, Theater wird zu Bild, und, endlich zu einer Freude, wie man sie nur selten findet.
Es gibt nicht viele Theateraufführungen, die man glücklich verläßt. Spielt Boysen, kann man sich auf Theater verlassen.

 

Der große Mime im Gespräch über Behandlung von Sprache, über Theaterkrise und das Lachen 

 

Herr Boysen, Ihre schauspielerische Arbeit steht weit über der so vieler Anderer:
Wie nähern Sie sich einer Rolle?

Boysen: Ja, wie gehe ich eine Rolle an? Nun, das dürfte wohl sehr verschieden sein.
Es ist ja klar, daß man an Die Grabinschrift von Herbert Ach- ternbusch anders herangeht als an den Kurfürst in Kleists Prinz von Homburg oder, noch deutlicher, an den Lear. Der Kurfürst entsteht ja sehr aus der Sprache. Lear weniger, oder, sagen wir, nicht so zwingend aus der Spra- che selbst, sondern da muß man schon zurückgreifen auf ganz elementare innere menschliche Situationen.

Und auf eigene Lebensanschauungen, vielleicht könnte man es so sagen.

Insofern unterscheidet es sich, an welche Rolle man herangeht. Aber rein technisch fängt es ja zunächst mal damit an, daß man sie liest, und schon bei Lesen entdeckt man Ecken, bei denen man sich vorstellen könnte, daß es eventuelle Höhepunkte sein könnten. Oder man entdeckt in der Sprache Dinge, wo man meint, man könne dort etwas aufblühen lassen- zum Beispiel bei der Grabinschrift gibt es so Stellen. Und genau das muß man aber tun, denn man könnte die Grabinschrift nicht spielen, wenn man sie nicht sprachlich so behandeln würde. Es wäre ja sehr langweilig, wenn man sie nur so runterlesen würde.

Beim Lear ist das ganz anders – dort ist es die Situation, die sich aus der Handlung ergibt, und die diese wahnsinnigen menschlichen Eruptionen hervorbringt, während der Kurfürst ja sehr streng sprachlich geführt ist (der Prinz von Homburg ist vom Anfang bis zum Schluß im fünffüßigen Jambus geschrieben), da ergibt sich vieles aus der Sprache.

Trotzdem muß man aber schon eine innere Anschauung zu der Figur haben.
Gerade beim Kurfürst ist das ganz wichtig, weil es in gewissem Sinne ja auch eine politische Figur ist. Nun muß man sehen, was die Überhand gewinnt: Ist es ein ganz politisches Stück, oder ist es ein Stück über Traum, oder ist es ein Stück über Staatsführung – da muß man sich schon entscheiden.

Es ist immer ein Unterschied zwischen dem, was man sich im Innern klarmacht, und dem, was man spielt; man darf ja nicht alles herauslassen.

Für mich ist der Kurfürst, trotz der Menschengüte, die er zeigt, ein Unmensch, indem er dem Prinzen von Homburg den Traum wegnimmt- also das Menschlichste, was einer hat. Aber er weiß nicht, daß er ein Unmensch ist, er hält sich für einen sehr guten, väterlichen Landesvater.

So ist es sehr verschieden, wie man an die Rollen herangeht. Ich bin ein verhältnismäßig Langsamer, das dauert seine Zeit, es muß sich langsam entwickeln.

Was mich immer wieder fasziniert hat, wenn ich Sie auf der Bühne gesehen habe, ist, daß Sie, im Gegensatz zu den meisten anderen Schauspielern vor allem auch Ihrer Generation, sehr stark körperlich arbeiten – in jeder Ihrer Rollen…
Körper–Theater ist ja heute eine große Mode, allerdings sieht man häufig, daß hier die Inhalte viel zu kurz kommen. Nicht so bei Ihrer schauspielerischen Arbeit: Sprache und Körperlichkeit bilden eine Einheit und führen so zu einer niegesehenen Durchlässigkeit.

Boysen: Es freut mich, wenn Sie das sagen, allerdings kann ich es nicht beurteilen, denn ich sehe mich ja nicht selbst.

Allerdings halte ich das, was Sie sagen, für sehr wichtig, ich denke, so muß es sein.
Die Körperlichkeit ohne Sprache ist ekelhaft aufdringlich – wenn sie nicht selbst zu einer sehr hohen Kunst gebracht wird.

Ich weiß an jeder Stelle ganz genau, was ich tue und warum ich es tue.
Die Körperlichkeit ist total kontrolliert, es entstehen keine unbewußten Dinge.
Und das halte ich für wichtig, denn Sie müssen ein Ziel haben – und diesem Ziel versuche ich zu folgen.

Die Welt, in der Sie arbeiten, ist vollkommen verschie- den von der, in der ich mich bewege: Sie sind seit vielen Jahren an einem festen Haus, den Münchener Kammerspielen beschäftigt, sind also in ein Ensemble eingebunden.
Nun ist ja jeder Schauspieler auf der Bühne existentiell auf seine Kollegen angewiesen, auf seine Mitspieler.
Sie können sich aber Ihre Mitspieler nicht aussuchen, und ich kann mir vorstellen, daß das nicht immer einfach ist.
Haben Sie einen Weg gefunden, mit dieser Problematik umzugehen (sicher haben Sie das!), und wie sieht der aus?

Boysen: Ich habe da keine Schwierigkeit. Ich glaube, die Münchener Kammerspiele, an denen ich engagiert bin, sind eines der wenigen Theater, an denen es noch ein echtes Ensemble gibt, in dem sich die Mitarbeiter seit vielen Jahren kennen.
Manche machen dies den Kammerspielen zum Vorwurf, sagen, das Ensemble hätte jetzt Staub angesetzt, aber das muß man einfach durchstehen, irgend- wann wird denen das dann von selbst zu langweilig, das dauernd zu behaupten. Ich habe da überhaupt keine Schwie- rigkeiten; ich wüßte nicht einen Einzigen in den Kammerspielen, mit dem ich nicht spielen möchte.
Und wenn man dann noch Holtzmann und mich als Beispiel nimmt – wir sind ja dauernd beieinander, wir sitzen auch noch in der Garderobe nebeneinander, die Nähe geht schon fast ins Uferlose.

Natürlich kennen wir uns schauspielerisch sehr gut, wir kennen uns auch körperlich sehr genau, wir wissen ja um jedes Augenzucken des Anderen; ich halte das für einen großen Vorteil. Allerdings ist das natürlich Teil des Berufes, also Schauspielerei. Wir sind uns im Grunde fremd, ich verkehre privat nicht mit einem Einzigen meiner Bühnenkollegen.

Die Kammerspiele scheinen da tatsächlich eine Ausnahme zu sein. Häufig jedoch, wenn ich in ein Theater gehe, merke ich, daß die Schauspieler, die da gemeinsam auf der Bühne stehen, keine gemeinsame Arbeit tun: Jeder wurschtelt isoliert vor sich hin, sagt seinen Text zwischen die Augen des Anderen und wartet auf sein Stichwort, um weiterreden zu dürfen.
Aber das, was Theater überhaupt erst zu etwas Lebendigem macht, nämlich der Fluß von Energie auf der Bühne, geschieht überhaupt nicht.

Boysen: Sie haben Recht. Es hat hier aber zwei positive Gegenströmungen gegeben: Auf der einen Seite wirklich langjähriges Ensembletheater wie die Münchener Kammerspiele, auf der anderen Seite eine Bildung von freien Gruppen, so zum Beispiel die um Ariane Mnouchkine oder um Peter Brook. Dort ist ein Kern entstanden, der geblieben ist, und so haben diese Gruppen unglaubliche Dinge vollbracht (…)

Fortsetzung hier (Seite 2 ff)

 

 

 

 

Markus Zohner traf Rolf Boysen 1998 in München, hier ist das geamte Interview im PDF.

 

 

 

 

 

Stumbling Through London (2), Markus Zohner, AZIONE-2014-04-28-018

Fra parchi e industrie: inciampando attraverso Londra – seconda parte: articolo di Markus Zohner su AZIONE N° 18 / 2014

Scarica il PDF dell’articolo: Inciampando attraverso Londra (2), Markus Zohner, AZIONE-2014-04-28-018

Reportage dal Regno Unito: Nell’Inghilterra delle industrie e degli operai, di centrali di carbone e templi indiani, giardini inglesi e boccali di birra 

Un running festival all’inglese, quale occasione per scoprire una Londra un po’ più nascosta.

Seconda parte.

Im Namen der Freiheit: Neuer Artikel von Markus Zohner in TRANSHELVETICA 16

Soeben ist mein neuer Artikel in TRANSHELVETICA N° 16 herausgekommen:
IM NAMEN DER FREIHEIT – Ein Besuch im Zollmuseum in Cantine di Gandria.

Was und wer in das Land darf, und was und wer nicht, sind wohl die kleinsten gemeinsamen Nenner einer Nation, und werden zum Eckpfeiler der Identität. Es bilden sich Grenzen, nicht nur räumlich, sondern auch inhaltlich. Es umschreibt ein Land, definiert es. Wer und was nicht dazugehört, zeigt im Umkehrschluss, wer und was ein Land ausmacht; eine Nation ist vor allem auch, was sie nicht ist.

Der Artikel als PDF

Reportage dai cieli: viaggio di Markus Zohner partito su un monomotore da Locarno. Da Locarno a Ipswich: in viaggio con un aeroplano monomotore attraverso la Svizzera, la Germania e la Francia fino in Inghilterra, sesta e ultima parte, seconda tappa del ritorno: da Besançon a Locarno.

Da Locarno a Ipswich, sesta e ultima parte: da Besançon a Locarno. Articolo di Markus Zohner su AZIONE 33 / 2012

Reportage dai cieli: viaggio di Markus Zohner partito su un monomotore da Locarno. Da Locarno a Ipswich: in viaggio con un aeroplano attraverso la Svizzera, la Germania e la Francia fino in Inghilterra. Sesta e ultima parte, terza tappa del ritorno: da Besançon a Locarno.

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Da Locarno a Ipswich: in viaggio con un aeroplano monomotore attraverso la Svizzera, la Germania e la Francia fino in Inghilterra – Quinta parte, il ritorno: tappa da Le Touquet a Besançon 

Da Locarno a Ipswich, quinta parte: da Le Touquet a Besançon. Articolo di Markus Zohner su AZIONE 21 / 2012

Reportage dai cieli: viaggio di Markus Zohner partito su un monomotore da Locarno. Da Locarno a Ipswich: in viaggio con un aeroplano monomotore attraverso la Svizzera, la Germania e la Francia fino in Inghilterra Quinta parte, seconda tappa del ritorno: da Le Touquet a Besançon.

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L’ultima avventura”, quarta parte: Ipswich a Le Touquet Articolo di Markus Zohner su AZIONE 05/2012

L’ultima avventura”, quarta parte: da Ipswich a Le Touquet Articolo di Markus Zohner su AZIONE 05/2012

Reportage dai cieli: viaggio di Markus Zohner partito su un monomotore da Locarno.
Da Locarno a Ipswich: in viaggio con un aeroplano monomotore attraverso la Svizzera, la Germania e la Francia fino in Inghilterra
Quarta parte, prima tappa del ritorno: da Ipswich a Le Touquet.

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